mercoledì 21 ottobre 2009

Ottobre, mese missionario.

Ottobre, mese missionario, e per associazione di idee il nostro pensiero subito corre oltre le frontiere del nostro quotidiano e si dirige verso l’Africa, l’America Latina e l’Asia! Ci commuoviamo per le immagini di bimbi affamati, ammalati, abbandonati, di terre devastate dalla guerra e dalla miseria, che giornali e TV ci propongono e, nella migliore delle ipotesi, mettiamo mano al portafogli per fare un’offerta a qualche associazione umanitaria, compiliamo un modulo per l’adozione a distanza e rivolgiamo una preghiera a tutti coloro che partono per portare lì la Buona Novella, un cuore che ama e maniche rimboccate per lavorare alla costruzione di un mondo più giusto e fraterno. Ma tutto finisce qui, perché la missione non ci riguarda, non da vicino, non in prima persona: noi siamo figli di un Paese che, crisi o non crisi, non è certo il Terzo Mondo e che, comunque, conosce il Vangelo dal tempo degli Apostoli! Forse la pensavo così anch’io… e il cuore si accendeva di desiderio verso l’Africa e le sue necessità materiali e spirituali, ma qualche anno fa un articolo di un Missionario Saveriano mi ha cambiato la prospettiva: anziano, al ritorno in Italia per “riposarsi” dopo lunghi ed intensi anni vissuti in missione, ha scoperto che per tanti “cristiani” Gesù è uno “sconosciuto”…e che la sua missione non era finita, ma ne iniziava una ancora più impegnativa e delicata!
Non deve certo sorprenderci! Basta partecipare ad un matrimonio, Battesimo o funerale per rendersi conto che la maggior parte degli intervenuti non è “abituata” a frequentare le celebrazioni liturgiche e non riesce a coglierne il significato: lunghi silenzi invece delle risposte corali dell’assemblea, incertezza nell’alzarsi o sedersi, tre-quattro persone in fila per ricevere la Santa Comunione, disinteresse generale e chiacchierio di sottofondo, sfilate in giro per la chiesa, telefonini che squillano… Basta ascoltare un qualunque talk-show televisivo o semplicemente parlare con uno dei tanti atei, agnostici o cristiani non praticanti che ci circondano, per scoprire che l’ignoranza, l’abitudine, la nostra mancanza di slancio “missionario” e di adeguata formazione, la “dissociazione” tra il dire e la testimonianza di vita, comportano il dilagare di una mentalità “de-cristianizzata”! E non siamo al sicuro neanche noi “praticanti”, “barricati” nelle sacrestie delle nostre chiese: “Molti cristiani di oggi non si sentono coinvolti dalle parole di San Paolo perché non hanno fatto quella esperienza che è la ‘conversione’. Sono nati in un ambiente di fede e l’hanno più o meno assimilata. Non sanno cosa significa il fatto di essere non credenti e poi diventare credenti. Siamo stati battezzati da bambini, non c’è un tempo passato in cui non fossimo cristiani. Tuttavia non siamo cristiani per sempre, con una garanzia quasi automatica. Ogni giorno dovremmo sentire l’impegno tipico di uno che si converte. Quando commettiamo un peccato, facciamo un passo che ci estrania da Dio; quando ritorniamo a Dio, viviamo come una conversione.” (Carlo Buzzetti).
Siamo noi stessi “terra di missione”, bisognosi di conversione, di riscoprire la bellezza e la novità del Vangelo, di una catechesi adulta, della mano di Dio che sana le ferite dell’anima e dell’amore dei fratelli con i quali siamo in cammino, per aprirci contemporaneamente all’attenzione per l’altro e per le sue necessità, alla lotta contro le nuove povertà che si nascondono dietro l’apparente benessere ed autosufficienza di questa società.

Marianna Russo
del giornale Agire

giovedì 8 ottobre 2009

10.com : corso dei 10 comandamenti

Quante reti ho buttato? Moltissime.
Quanti pesci buoni ho preso? Pochissimi.

La moda, il computer, lo sport, il cinema, le uscite con gli amici, il nascondersi, il crearsi un proprio mondo sicuro….tutte reti che getto nella speranza di pescare qualcosa di duraturo… per dare un senso a questa mia esistenza…

Ma poi questo pesce (che oso definire non sempre buono, nutriente) finisce presto…ed eccomi ancora lì a lanciare la mia rete…magari nello stesso punto….
.. ma lì di pesce non ce n’è più…

Perché? Perché ho esaurito la risorsa…ho preso tanto, ma sono riuscito a dare poco e a costruire poco.

Ed eccomi quindi alla ricerca dell’ennesimo posto in cui buttare la mia rete…un nuovo hobby per sopravvivere. .

Ma posso dire di essere veramente felice?
Mi sento come un nomade nel deserto. Le mie mani non riescono neanche a trattenere un granello di sabbia …e la sabbia è tutto ciò che c’è in questo paesaggio…non vedo oasi..

Ecco quindi un (figlio dell’) Uomo, che non riconosco, ma che mi dice di buttare la mia rete in un punto preciso, proponendomi di fidarmi…senza costringermi.
“Perché no?” penso…ed ecco il miracolo…la mia rete ricolma di pesci.
E non è ancora finita…infatti..se la ributto ancora.. Ancora pesci!!

E allora mi viene da riflettere: ma io a che punto sono della mia vita?…ho visto quell’Uomo? L’ho ascoltato o ho preferito far finta di nulla?
Posso definirmi felice? Soddisfatto?
Ecco l’ opportunità di revisione della mia vita che ho colto dalla proposta del corso dei 10 comandamenti, tenuto da Don Daniele Bighi a Rivalta sul Mincio (Mantova); un percorso affascinante ma che nasconde un “grosso RISCHIO” : la possibilità di essere veramente felice!

venerdì 25 settembre 2009

Quando siamo forti 5

Tornando agli stratagemmi tramandati dalla cultura orientale tendenti a trasformare gli stati di debolezza in stati di forza, vorrei ricordarne uno a mio avviso molto interessante: “Togliere la legna da sotto il pentolone”. Il linguaggio è molto scarno ma sufficientemente espressivo per trasmettere la metafora. Sottintende come il semplice gesto di togliere la legna innesti una reazione a catena che fa spegnere il fuoco, che fa smettere di scaldare la pentola, che fa smettere di fare bollire quanto vi sta cuocendo dentro. Si tratta della strategia contro un avversario forte, oramai nota, di non affrontare il problema di petto, ma agendo sulle cause a monte.

Ricordo ancora che non si tratta di voler complicare le cose, ma di applicare una tecnica vincente che porta alla soluzione del problema.

Gli esempi che porterò, per i fini che ci proponiamo, seppure paradigmatici, sono necessariamente molto semplici e stilizzati. Inviterei a non sottovalutarli per la loro semplicità.

Per cominciare vorrei fare riferimento ai tanti conflitti famigliari ma non solo, dove si continua a discutere per le stesse cose senza venirne fuori, e dove si reiterano sempre gli stessi modelli di comportamento. Per questi si può oramai sapere in anticipo, quasi profeticamente, quali sono le interazioni scatenanti, come si evolvono e come inevitabilmente vanno a finire, trattandosi di rituali cristallizzati.

Ricordo una simpatica coppia di giovani che si volevano veramente bene ed erano felici di stare insieme. Unico tallone di Achille erano certi parenti: quando veniva sfiorato questo argomento incominciavano le incomprensioni per finire alle liti. E questa situazione mal gestita li stava logorando al punto che erano arrivati all’orlo della separazione. Non serviva a nulla il farli ragionare, perché non si muovevano dalle loro posizioni, pretendendo ambedue di avere ragioni da vendere. A questo punto un amico ispirato (tengo a dire che ogni ispirazione che veramente funzioni è donata da Dio), ebbe a dire loro:
“Ok. Capisco che ognuno di voi ha le sue ragioni, ma è così importante ritornare sempre su questi argomenti? E se per esempio vi proponeste di evitare ogni discorso su di loro? “.
I due trovarono sensata l’idea e decisero di fare due cose: la prima di evitare ogni discorso inutile che riguardasse questi parenti; la seconda, se uno dei due senza volere e dimenticandosi del proponimento avesse riproposto l’argomento, l’altro, con molta delicatezza sarebbe stato autorizzato a dire: semaforo arancione!
Sono stati molto bravi e la cosa ha funzionato. In questo modo, strategicamente, hanno ottenuto di neutralizzare la forza distruttiva di questi antipatici conflitti, e nello stesso tempo di recuperare vigore e stabilità alla loro relazione.

Una ragazza aveva problemi di linea. Il suo grande nemico erano le pasticcerie che con lei l’avevano sempre vinta. Bastava passare davanti ad un negozio di dolci che era una resa totale: dimenticava tutti i proponimenti di dieta e si concedeva abbondanti colazioni.
Aveva tentato in tanti modi a sfidare questa sua debolezza, ma la vetrina in bella mostra si era mostrata sempre più forte di lei. Dunque quale la soluzione? Semplice, il solito amico ispirato le ha suggerito di tracciare con molta attenzione i percorsi alternativi che avrebbe fatto uscendo di casa, evitando con cura tutte quelle che di comune accordo hanno chiamato “zone rosse di pericolo”. Ha funzionato. Diciamo che in questo modo la ragazza ha individuato una opzione che le permetteva di evitare la tentazione che regolarmente la travolgeva, restandone indenne. La sua debolezza quindi si è ristabilita mentre la forza della tentazione, relativamente a questo problema, è stata neutralizzata.

Questa storia mi riporta alla memoria un insegnamento di Padre Raniero Cantalamessa sul fuggire le tentazioni. Ha proposto l’immagine delle montagne che presentano alle volte insidie molto pericolose come per esempio gli strapiombi. Se uno vi si avvicina troppo è facile che sopravvenga la vertigine, ed in quello stato, perdendo l’equilibrio, non è più possibile mantenere il controllo della situazione e diventa quasi inevitabile il cadere di sotto. Per prevenire ciò, ecco la strategia: sarà opportuno, sono le parole di Padre Cantalamessa, il prevedere il pericolo, e riconosciutolo in tempo, fermarsi a debita distanza. Quando sopravviene la vertigine è troppo tardi. Dobbiamo semplicemente fermarci prima che sopravvenga la vertigine.
Spesso nella vita soccombiamo alle tentazioni e per questo ci sentiamo terribilmente deboli e tristi. Padre Cantalamessa ci ha insegnato un modo semplice per trasformare in questi casi la nostra debolezza in forza e così permetterci di essere vincitori. Con uno stratagemma naturalmente!!!
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martedì 22 settembre 2009

Quando siamo forti 4

Arrivati a questo punto, dobbiamo guardarci dal non cadere in un tranello, o meglio in un autoinganno, cioè quello di considerare queste tecniche scontate e banali.

Lo stratagemma testé citato di evitare gli scontri diretti potrebbe a prima vista essere letto come fuga, segno di debolezza o di vigliaccheria, e questo accade di frequente. Chi non ricorda le parole: “Questo non me lo lascio dire!” tanto per fare un esempio. Poi ci si mette sullo stesso piano dell’avversario usando le sue stesse armi. E se guardiamo dentro a questo atteggiamento scopriamo quasi sempre una motivazione che ha radici in un sentire comune imparentato all’orgoglio ed alla convinzione che il tirarsi indietro sia segno di debolezza.

Quello che voglio dire è che se noi diamo spazio ad automatismi o diamo risposte di istinto, si può anche essere coraggiosi, ma questo non ha nulla a che fare con una strategia orientata alla vittoria del più debole sul forte. La strategia è un’arte potente che consiste in una serie di azioni razionali e rigorose, e quindi in se stessa già un atto di forza. Per giungere alla strategia dunque, come detto, dobbiamo abbandonare i gesti di istinto, uscire dai vecchi schemi di ragionamento e salire di livello con il primo passo che abbiamo definito consapevolezza.

Ps) Quante volte i gesti che il Signore ci suggerisce (carità, amore, mitezza, benevolenza ecc.) sono letti dal mondo come segni di debolezza. Sono invece strategie vincenti per la conquista di un vivere migliore e del Regno di Dio.
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Quando siamo forti 3

Siamo partiti accennando alla cultura cinese quando guarda alla vita dal punto di vista binario di forza e debolezza, ed abbiamo colto che nella loro ottica questi stati non sono ritenuti definitivi ma intercambiabili. E la capacità di trasformarli è da loro definita arte. Ecco dunque per esempio “l’arte della guerra” di Sun Zu dove si insegna ad un esercito debole le strategie (staratagemmi) per sopraffare l’avversario più forte, trasformando quindi il debole in forte ed il forte in debole.

Ma perché lasciare questa sapienza al mondo orientale, e non applicare anche a noi queste intuizioni che ci possono permettere di superare tante difficoltà e rendere la nostra vita più ricca e felice? Certamente lo stiamo già facendo, ma forse è poco presente l’ingrediente consapevolezza di cui parlavamo, e che ci permetterebbe di rendere il nostro agire più sistematico e funzionale. Fatte salve le debite eccezioni naturalmente.

A questo punto sorge spontanea la domanda: passando dalla teoria alla pratica e considerati tutti i miei punti di debolezza con tutto ciò che questi comportano, come posso fare sì che questi si trasformino in punti di forza?
Notiamo che siamo passati dal COSA al COME

Essendo i modi infiniti come infinite sono le situazioni che la vita ci propone, possiamo iniziare a sbizzarrirci con qualche esempio.

Possiamo per esempio ritornare ai nostri amici orientali che sanno applicare questi principi anche nelle arti marziali (Yudo, Karate, Aikido ecc.) e proponiamo un esempio concreto e molto efficace:
facciamo conto che un nemico ci aggredisca con un pugno. Possiamo rispondere con un altro pugno e non si sa come andrà a finire: diventerà una zuffa e vincerà il più forte.
Possiamo invece scegliere di schivare questa aggressione, spostandoci di lato (qualche volta non è facile ma sono cose che si imparano), e scopriremo che tutta l’energia spesa dall’avversario passerà oltre e si scaricherà nel nulla, rendendolo poi debole. Sarà in nostro potere e noi saremo passati in una posizione di forza. Potremo ora colpirlo noi, di fianco o di spalle, e per lui sarà veramente difficile difendersi.

Non è lo stesso principio che possiamo applicare quando alle provocazioni, anziché reagire con aggressività e risentimento, come verrebbe facile, scegliamo di rispondere con dolcezza e benevolenza, evitando lo scontro? La violenza dell’aggressore passerà oltre ed andrà a colpire il nulla. Ed ecco la sua debolezza.

Passati poi i bollenti spiriti, noi potremo anche scegliere tempi e modi per dire la nostra, ma saremo noi a scegliere il campo e stavolta saremo in una posizione di forza.

Considerazione: Ma l’evitare la violenza e la contesa, non è poi la via che ci indica il Signore? Ben vengano dunque le strategie e gli stratagemmi se questi ci offrono modalità sul COME diventare forti nel cammino da Lui indicato. Ma attenzione, quando saremo passati alla posizione di forza non dovremo poi dimenticarci della carità e della responsabilità che ci è sempre richiesta verso i nostri fratelli.

PS) Se il discorso è troppo tecnico,...un esempio semplificato. La moglie dice del marito: "Alle volte lui è intrattabile… ma io so come prenderlo!" Questa è staregia.
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lunedì 21 settembre 2009

Visione d'insieme

Carissimi scrivo questa riflessione mentre mi trovo agli esercizi spirituali per i sacerdoti della diocesi all'eremo di Montecastello di Tignale.
Sono giorni di pioggia perciò si sta volentieri a meditare in cappella o ciascuno nella propria camera.
Mi vengono in mente le parole di Gesù: “Quando preghi entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà".
Dalla finestra della mia camera, al terzo piano, vedo le cime degli alberi che si muovono, scosse dal vento di questo gelido inverno. Siamo a 700 mt di altitudine, sotto di noi si estende, in tutta la sua bellezza, il lago di Garda e dall'altra parte si erge, maestoso e imponente il monte Baldo pieno di neve.
Poi un giorno, terminata la pioggia, arriva una bella giornata di sole e, dal terrazzo, si ha una splendida "visione d'insieme" che permette di contemplare, con un solo sguardo, il lago, i monti, i paesi, le strade e giù, in fondo, la nostra pianura padana.
In questi giorni di pace, di silenzio e di ascolto del Signore mi viene da pensare che anche i discepoli del Signore, ad un certo punto hanno visto chiaro e hanno capito. Tutta la vicenda di Gesù l'hanno compresa a partire dalla Risurrezione. E' proprio nel momento in cui i discepoli lo incontrano vivo che capiscono tutto quello che c’è stato prima; capiscono le sue parole, capiscono i suoi miracoli, capiscono la sua passione e la sua morte. Hanno cioè una visione d'insieme. E tutto trova il suo significato. Le promesse si sono compiute. Tutto è compiuto!
Anche per la nostra vita, in certi momenti, si può avere come una "visione d'insieme" di ciò che si sta vivendo, ed è una esperienza rasserenante. Necessaria. Vitale.
Le gioie, le tribolazioni, le speranze, le fatiche del vivere quotidiano ti appaiono come un dono, sono occasioni di bene e ti accorgi che proprio lì, in quei momenti, il Signore Risorto ti raggiunge e ti fa dono del Suo Amore. Questa è la Pasqua!
Dalla Pasqua di Gesù è scaturito per noi, come da una sorgente, il dono della vita eterna.
"Questa è la vita eterna: che conoscano Te, o Padre, e colui che Tu hai mandato".
Celebrare la Pasqua, cantare la Risurrezione di Cristo è accogliere il dono della vita eterna, l’amore di Dio che è per te. Proprio per te.
Hai allora una visione d'insieme e ti accorgi che I'esistenza, l’unica che hai, scomposta e frammentata in tante cose, ha bisogno di ritrovare unità. Famiglia, lavoro, scuola, impegno, ordine e disordine, tempo libero, amici, soldi, dubbi, disonestà, divertimento, superficialità, menzogna, responsabilità, sofferenza…queste cose ti disgregano. Ti bloccano. Ti ritrovi come impantanato. Credi di essere felice e ti ritrovi infelice. Credi di assaporare al massimo la vita e ti ritrovi spento. Morto.
Hai proprio bisogno di ricondurre all'unità tutto ciò che vivi. Hai bisogno di mettere ordine nella tua vita. Hai bisogno di alzare lo sguardo. Hai bisogno di risorgere! Ecco la Pasqua.
II dono del Risorto ti purifica e ti eleva alle altezze di Dio.
Così puoi guardare meglio la tua vita e, con una visione d'insieme, ne scopri la bellezza e la santità. Qui è la felicità. Ora solo assaporata. Un giorno ti verrà donata in pienezza.
Auguri, sinceri, di Buona Pasqua. A te e a tutti!

domenica 20 settembre 2009

Quando siamo forti 2

Se il problema ci interessa e lo vogliamo affrontare, un primo passo da fare sarà quello di recuperare la consapevolezza cui abbiamo accennato, individuando quali sono le situazioni specifiche che ci riguardano ove ci è dato di occupare posizioni di “forza” o di “debolezza” , e di chiederci come le gestiamo.

Ricordiamo che la consapevolezza è il primo passo verso qualsiasi cambiamento e/o guarigione.

Possiamo iniziare il percorso e tracciare un nostro primo identikit chiedendoci: In quali circostanze ci sentiamo forti? E come le viviamo? Il nostro interesse è rivolto solo a noi (ricordiamo quei pastori che pascono se stessi di Ezechiele 34,2), oppure c’è posto anche per gli altri? Quali sono i nostri ruoli, compreso quello che ricopriamo nel sociale, ed il nostro livello di benessere e di potere?
Lo stesso faremo esaminando le situazioni ove ci sentiamo deboli.

Passo successivo, molto importante, sarà poi quello di interrogarci sui principi e valori che ci guidano e sulle responsabilità che ci assumiamo per il nostro agire.
Sono le regole comandate dal Signore? O sono dettate dal mondo (sentire comune, moda) o dal classico: sento essere bene così (leggi relativismo etico)?.

Arrivati a questo punto, incomincerà a delinearsi un quadro abbastanza espressivo del nostro stare ed agire nel mondo in situazioni di forza e di debolezza.

PS1) Se abbiamo scelto di seguire le regole dettate dal Signore, allora ci scopriamo anche combattenti perché, come Lui stesso ha detto in Mt. 19,24, “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”.
PS 2) Quando si è ricchi è più facile mettere al primo posto i nostri interessi ed essere accondiscendenti verso se stessi, per il semplice fatto che ce lo possiamo permettere ed è tutto così facile ed a portata di mano.
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