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martedì 16 febbraio 2010

Ritornate a me con tutto il cuore


“ … Ritornate a me con tutto il cuore, con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio,
perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore,
pronto a ravvedersi riguardo al male”.
Gioele 2,12-13

Fratello e sorella, non farti ingannare, la Quaresima non è il tempo di piccoli digiuni e sacrifici che quietano la tua coscienza… è il TEMPO PROPIZIO,
il TEMPO FAVOREVOLE! Per cosa?!?
Per la tua SALVEZZA, non solo eterna, ma QUI ed ORA c’è una GIOIA PIENA che è per te!!!
Il Santo Padre, nel Messaggio per la Quaresima 2010, c’invita a riflettere su una parola: GIUSTIZIA. Cos’è?
Nel linguaggio giuridico è: “dare a ciascuno il suo”.
Il “suo”: il lavoro, il pane, la casa…
E poi? Poi spunta la GIOIA! Nulla di più FALSO!
Quanti uomini e donne hanno tutto questo eppure quel “suo” non ha raggiunto la pienezza!
Per farci capire, allora, il Papa si chiede da dove viene l’ INGIUSTIZIA.
Tutti pensiamo che essa venga da fattori esterni che vanno rimossi, ma questo è un GRAVE ERRORE!
L’ingiustizia viene dal CUORE, dal lasciarvi insinuare quanto lo deforma, ed è lì che occorre combattere la propria battaglia, proprio come ci ricorda l’Apostolo Paolo nella lettera agli Efesini: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze.” Ef 6,12
Tu che Principati e che Potenze hai lasciato entrare nel tuo cuore?
Quali forme di schiavitù? Attento a non sbagliare BATTAGLIA!
Devi combattere il male che è entrato nel tuo cuore, non sciupare le forze per altre lotte!!! Ma non riuscirai mai da solo a vincere questa battaglia.
Il tuo cuore potrà cambiare solo se accetterai la GIUSTIZIA di CRISTO. Qual è?
Il Santo Padre ce lo ricorda, è la GIUSTIFICAZIONE che viene dalla morte in croce di Gesù:
Lui, il GIUSTO, che muore per me e per te ingiusto;
Lui, il BENEDETTO da Dio, che prende su di sé la MALEDIZIONE mia e tua!
La giustizia è rimettere la nostra vita nelle mani di Dio.
Non siamo AUTOSUFFICIENTI, abbiamo bisogno di Qualcuno che ci LIBERI, che ci CAMBI il CUORE! E allora?
E allora GRIDA al Signore con tutte le TUE FORZE,
GRIDA al Signore perché ti liberi,
GRIDA anche se il tuo peccato è rosso come il sangue,
GRIDA perché tu vali il SANGUE di CRISTO!!!

Coraggio fratello, coraggio sorella… ecco il MOMENTO FAVOREVOLE, ecco il MOMENTO PROPIZIO

Buona strada,
Elisa Ordo Virginum

giovedì 11 febbraio 2010

La Chiesa curi i malati nel corpo e nello spirito

Omelia XVIII Giornata mondiale del malato

Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!

I Vangeli, nelle sintetiche descrizioni della breve ma intensa vita pubblica di Gesù, attestano che egli annuncia la Parola e opera guarigioni di malati, segno per eccellenza della vicinanza del Regno di Dio. Ad esempio, Matteo scrive: "Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo" (Mt 4,23; cfr 9,35). La Chiesa, cui è affidato il compito di prolungare nello spazio e nel tempo la missione di Cristo, non può disattendere queste due opere essenziali: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e nello spirito. Dio, infatti, vuole guarire tutto l’uomo e nel Vangelo la guarigione del corpo è segno del risanamento più profondo che è la remissione dei peccati (cfr Mc 2,1-12). Non meraviglia, dunque, che Maria, madre e modello della Chiesa, sia invocata e venerata come "Salus infirmorum", "Salute dei malati". Quale prima e perfetta discepola del suo Figlio, Ella ha sempre mostrato, nell’accompagnare il cammino della Chiesa, una speciale sollecitudine per i sofferenti. Ne danno testimonianza le migliaia di persone che si recano nei santuari mariani per invocare la Madre di Cristo e trovano in lei forza e sollievo. Il racconto evangelico della Visitazione (cfr Lc 1,39-56) ci mostra come la Vergine, dopo l’annuncio dell’Angelo, non tenne per sé il dono ricevuto, ma partì subito per andare ad aiutare l’anziana cugina Elisabetta, che da sei mesi portava in grembo Giovanni. Nel sostegno offerto da Maria a questa parente che vive, in età avanzata, una situazione delicata come la gravidanza, vediamo prefigurata tutta l’azione della Chiesa a sostegno della vita bisognosa di cura.

Il Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, istituito 25 anni or sono dal Venerabile Giovanni Paolo II, è senza dubbio un’espressione privilegiata di tale sollecitudine. Il pensiero va con riconoscenza al Cardinale Fiorenzo Angelini, primo Presidente del Dicastero e da sempre appassionato animatore di questo ambito di attività ecclesiale; come pure al Cardinale Javier Lozano Barragán, che fino a pochi mesi fa ha dato continuità ed incremento a tale servizio. Con viva cordialità rivolgo, poi, all’attuale Presidente, Mons. Zygmunt Zimowski, che ha assunto tale significativa ed importante eredità, il mio saluto, che estendo a tutti gli officiali ed al personale che in questo quarto di secolo hanno lodevolmente collaborato in tale ufficio della Santa Sede. Desidero, inoltre, salutare le associazioni e gli organismi che curano l’organizzazione della Giornata del Malato, in particolare l’UNITALSI e l’Opera Romana Pellegrinaggi. Il benvenuto più affettuoso va naturalmente a voi, cari malati! Grazie di essere venuti e soprattutto della vostra preghiera, arricchita dall’offerta delle vostre fatiche e sofferenze. E il saluto si dirige poi agli ammalati e ai volontari collegati con noi da Lourdes, Fatima, Częstochowa e dagli altri Santuari mariani, a quanti seguono mediante la radio e la televisione, specialmente dalle case di cura o dalle proprie abitazioni. Il Signore Iddio, che veglia costantemente sui suoi figli, dia a tutti conforto e consolazione.

Due sono i temi principali che presenta oggi la liturgia della Parola: il primo è di carattere mariano e collega il Vangelo e la prima lettura, tratta dal capitolo finale del Libro di Isaia, come pure il Salmo responsoriale, ricavato dal cantico di lode a Giuditta. L’altro tema, che troviamo nel brano della Lettera di Giacomo, è quello della preghiera della Chiesa per i malati e, in particolare, del sacramento a loro riservato. Nella memoria delle apparizioni a Lourdes, luogo prescelto da Maria per manifestare la sua materna sollecitudine per gli infermi, la liturgia riecheggia opportunamente il Magnificat, il cantico della Vergine che esalta le meraviglie di Dio nella storia della salvezza: gli umili e gli indigenti, come tutti coloro che temono Dio, sperimentano la sua misericordia, che ribalta le sorti terrene e dimostra così la santità del Creatore e Redentore. Il Magnificat non è il cantico di coloro ai quali arride la fortuna, che hanno sempre "il vento in poppa"; è piuttosto il ringraziamento di chi conosce i drammi della vita, ma confida nell’opera redentrice di Dio. È un canto che esprime la fede provata di generazioni di uomini e donne che hanno posto in Dio la loro speranza e si sono impegnati in prima persona, come Maria, per essere di aiuto ai fratelli nel bisogno. Nel Magnificat sentiamo la voce di tanti Santi e Sante della carità, penso in particolare a quelli che hanno speso la loro vita tra i malati e i sofferenti, come Camillo de Lellis e Giovanni di Dio, Damiano de Veuster e Benedetto Menni. Chi rimane a lungo vicino alle persone sofferenti, conosce l’angoscia e le lacrime, ma anche il miracolo della gioia, frutto dell’amore.

La maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia: "Come una madre consola un figlio, / così io vi consolerò; / a Gerusalemme sarete consolati" (Is 66,13). Una maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme, lungo il pellegrinaggio della storia. Attraverso i secoli, la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad operare cose grandi nelle persone umili e semplici. La sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e gratuita, non sono forse miracoli dell’amore? Il coraggio di affrontare il male disarmati – come Giuditta –, con la sola forza della fede e della speranza nel Signore, non è un miracolo che la grazia di Dio suscita continuamente in tante persone che spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre? Per tutto questo noi viviamo una gioia che non dimentica la sofferenza, anzi, la comprende. In questo modo i malati e tutti i sofferenti sono nella Chiesa non solo destinatari di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto protagonisti del pellegrinaggio della fede e della speranza, testimoni dei prodigi dell’amore, della gioia pasquale che fiorisce dalla Croce e dalla Risurrezione di Cristo.

Nel brano della Lettera di Giacomo, appena proclamato, l’Apostolo invita ad attendere con costanza la venuta ormai prossima del Signore e, in tale contesto, rivolge una particolare esortazione riguardante i malati. Questa collocazione è molto interessante, perché rispecchia l’azione di Gesù, che guarendo i malati mostrava la vicinanza del Regno di Dio. La malattia è vista nella prospettiva degli ultimi tempi, con il realismo della speranza tipicamente cristiano. "Chi tra voi è nel dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode" (Gc 5,13). Sembra di sentire parole simili di san Paolo, quando invita a vivere ogni cosa in relazione alla radicale novità di Cristo, alla sua morte e risurrezione (cfr 1 Cor 7,29-31). "Chi è malato, chiami presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la preghiera fatta con fede salverà il malato" (Gc 5,14-15). Qui è evidente il prolungamento di Cristo nella sua Chiesa: è ancora Lui che agisce, mediante i presbiteri; è il suo stesso Spirito che opera mediante il segno sacramentale dell’olio; è a Lui che si rivolge la fede, espressa nella preghiera; e, come accadeva alle persone guarite da Gesù, ad ogni malato si può dire: la tua fede, sorretta dalla fede dei fratelli e delle sorelle, ti ha salvato.

Da questo testo, che contiene il fondamento e la prassi del sacramento dell’Unzione dei malati, si ricava al tempo stesso una visione del ruolo dei malati nella Chiesa. Un ruolo attivo nel "provocare", per così dire, la preghiera fatta con fede. "Chi è malato, chiami i presbiteri". In questo Anno Sacerdotale, mi piace sottolineare il legame tra i malati e i sacerdoti, una specie di alleanza, di "complicità" evangelica. Entrambi hanno un compito: il malato deve "chiamare" i presbiteri, e questi devono rispondere, per attirare sull’esperienza della malattia la presenza e l’azione del Risorto e del suo Spirito. E qui possiamo vedere tutta l’importanza della pastorale dei malati, il cui valore è davvero incalcolabile, per il bene immenso che fa in primo luogo al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai familiari, ai conoscenti, alla comunità e, attraverso vie ignote e misteriose, a tutta la Chiesa e al mondo. In effetti, quando la Parola di Dio parla di guarigione, di salvezza, di salute del malato, intende questi concetti in senso integrale, non separando mai anima e corpo: un malato guarito dalla preghiera di Cristo, mediante la Chiesa, è una gioia sulla terra e nel cielo, è una primizia di vita eterna.

Cari amici, come ho scritto nell’Enciclica Spe salvi, "la misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società" (n. 30). Istituendo un Dicastero dedicato alla pastorale sanitaria, la Santa Sede ha voluto offrire il proprio contributo anche per promuovere un mondo più capace di accogliere e curare i malati come persone. Ha voluto, infatti, aiutarli a vivere l’esperienza dell’infermità in modo umano, non rinnegandola, ma offrendo ad essa un senso. Vorrei concludere queste riflessioni con un pensiero del Venerabile Papa Giovanni Paolo II, che egli ha testimoniato con la propria vita. Nella Lettera apostolica Salvifici doloris egli ha scritto: "Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il senso della sofferenza" (n. 30). Ci aiuti la Vergine Maria a vivere pienamente questa missione. Amen!
Benedetto XVI

domenica 24 gennaio 2010

Offrire le membra



Romani 6

12Non regni più dunque il peccato nel vostro corpo mortale, sì da sottomettervi ai suoi desideri; 13non offrite le vostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato, ma offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti e le vostre membra come strumenti di giustizia per Dio. 14Il peccato infatti non dominerà più su di voi poiché non siete più sotto la legge, ma sotto la grazia.

Mi colpiscono sempre queste parole, di non offrire le nostre membra come strumenti di ingiustizia al peccato. Quando le si leggono, spesso scorrono via e sfuggono dalla nostra riflessione per lasciare il posto ad altri concetti. E quindi si perde la consapevolezza di quello che in realtà significano per noi.
Se invece scegliamo di soffermarci su di esse, ed ascoltiamo quanto ci suggeriscono, la prima considerazione che viene da fare è la più semplice, che “l’offrire le nostre membra” sottintende anche membra del nostro corpo, e che quindi ogni parte anche minima di questo può diventare strumento, veicolo, canale, ove permettiamo lo scorrere dell’ingiustizia.
In sostanza possiamo peccare con gli occhi, le orecchie, le mani, i piedi e così via. Inutile entrare nei dettagli. Poi sappiamo che lo spirito del male… come leone ruggente sempre in agguato… approfitta di queste situazioni di debolezza e si intromette amplificandone il più possibile i disastri. Dunque questa è la nostra realtà che la Parola ci svela.
Ma se così stanno le cose, cioè che anche le nostre membra scendono in campo per essere “strumenti”, allora perché non usarle come canali di giustizia? Lo dice ancora la Parola!
E qui le cose diventano straordinarie. Posso per esempio lodare il Signore con la voce, con le braccia, danzando come Davide… ma anche con le mani, le dita, le falangine e le falangette, con ogni singolo muscolo del viso, col naso, le orecchie, il respiro… e così via. Ogni millimetro di noi, dentro e fuori, può lodare il Signore: un cantico della creatura.
In questo modo restituisco a me stesso la vera funzione del corpo che Dio mi ha donato, e nello stesso tempo gli posso anche chiedere perdono per le volte che ho usato questo in modo improprio: Signore, ho usato la mia voce per… ora la uso per lodare il tuo nome… in tutte le tonalità… alta, bassa, stridula, grave ecc. Ho usato questo orecchio per ascoltare… ora lo uso per ascoltare la tua Parola… Ho usato questo dito del piede sinistro per…non so… ma ora voglio che lui si alzi e si abbassi ritmando la tua lode!!! E così via: il cantico della creatura.

giovedì 21 gennaio 2010

Pellegrinaggio a Medjugorje

"Non sono andato a Medjugorje per vedere la Madonna...ma sono tornato credendo fermamente in Lei. Se mi avessero detto vieni a Medjugorje, preghiamo dalla mattina alla sera e magari riesci anche a vedere la Madonna, probabilmente non sarei andato.
Nella semplicità e senza particolari aspettative sono andato in pellegrinaggio al Santuario.

Pace e gioia nella preghiera: ecco le prime cose che hanno invaso il mio spirito.
Tutti i miei affanni spirituali si sono attenuati, quasi svaniti ed ecco spuntare la gioia nella preghiera...e il bello è che era in buona parte una preghiera per gli altri offerta al nostro Signore.
Non ero più il centro del mio mondo... Che bello!!!
E poi la scoperta della Madre: non sono mai riuscito a sentire molto la presenza di Maria, e questo si ripercuoteva anche nella mia preghiera... Ma che gioia invece sapere di potersi appoggiare a Maria per seguire meglio Gesù!!!
Tornare poi alla vita di tutti i giorni è stato difficile, ma dentro mi ripeto una frase: «E' vero è difficile tornare alla vita di tutti i giorni sempre uguale, ma mentre lei è sempre uguale noi siamo cambiati»."
Credo che questa testimonianza, fatta da una persona che ha partecipato al pellegrinaggio, esprima molto bene cos'è Medjugorje!
Un luogo di preghiera, ove, tramite le celebrazioni, le salite ai monti, la confessione... la Madre compie ogni giorno un grande miracolo: la CONVERSIONE del cuore dei suoi figli!!!
Questo è il motivo che spinge le persone ad andare e ritornare, perche ogni giorno abbiamo bisogno di riconvertire la rotta...verso il Centro...verso Gesù!
Per questo caro fratello e cara sorella voglio dirti: "la Madre aspetta proprio te!"
Elisa

venerdì 15 gennaio 2010

Caritas in Veritate

La sala conferenze della banca Agricola Mantovana è piena. Presenti il Sindaco Brioni, il Presidente della Provincia Fontanili e dirigenti della Banca Agricola Mantovana e MPS. Sottolineo la loro presenza perchè la presentazione dell’enciclica del Papa ha toccato temi sociali ed economici.
Nelle vesti di moderatore è lo stesso Vescovo che ringrazia i presenti, dà la parola prima alla Brioni e poi a Fontanili per aprire con benvenuti e ringraziamenti. Poi cede la parola ai relatori, Monsignore Toso, già Rettore della facoltà Pontificia, e il Prof. Zamagni, attualmente ordinario di economia all’Università di Bologna.

Monsignor Toso tratteggia l’enciclica da un punto di vista spirituale e sociale.
Fà notare che il tema centrale dell’enciclica è già presente nel sottotitolo: SVILUPPO UMANO INTEGRALE NELLA CARITÀ E NELLA VERITÀ.

L’argomento viene sviluppato lanciando diversi spunti .
Lo sviluppo integrale umano non può essere letto solo come sviluppo economico o sviluppo individuale, ma deve investire l’intera comunità. Il nucleo generatore del nuovo umanesimo, per un bene comune universale, è la Carità nella Verità.
La sete di senso che l’umanità di oggi soffre deve trovare risposta nella comunità cristiana.
La carità è il motore che aiuta la ragione: il primo slancio è nell’Amore, concetto già presente in Aristotele e Sant’Agostino. Poniamo l’esempio della scelta della professione. Scelgo il mio lavoro in base a ciò che amo, solo in un secondo momento affronterò con la ragione gli ostacoli e i passi per raggiungere l’obiettivo. Quindi viene prima l’Amore e poi la Ragione.
Contro i tre idoli moderni del denaro, della tecnica e del potere, per arrivare ad avere uno sviluppo integrale (cioè di tutti) ci vuole una conoscenza comune e condivisa, in cui tutti si possano riconoscere (non è necessario avere largo consenso).

C’è chi ritiene che il primo fattore per lo sviluppo sia la stessa e uguale possibilità di agire e riuscire per ciascun cittadino (Martin Assen).
Invece lo sviluppo prevede un solo fattore essenziale: L’annuncio di Cristo! Può sembrare integralismo, ma solo così si garantisce un ribaltamento di valori; mettersi al servizio degli altri e quindi della società: ecco il vero sviluppo integrale.
Annunciare Cristo, cioè Dio, significa considerare l’altro mio fratello. Solo così si creano le gerarchie corrette...senza Dio è arduo considerare l’altro fratello.
Mosignor Toso, avviandosi, alla conclusione denuncia inoltre la mancanza di formazione dei cristiani. Se non c’è una sistematica e seria catechesi per adulti non si hanno credenti retti, liberi da religiosità emotive, pronti a denunciare il male, costruttori attivi del nuovo umanesimo. La formazione cristiana, sottolinea, deve essere fatta su basi scientifiche e non a livello mediocre.

Riprendendo l’enciclica cita alcune delle tante dicotomie presenti nella nostra società Post-industriale:
Etica – Verità
Etica personale – etica politica
Famiglia – Giustizia sociale
Ecologia – etica ambientale

Toso conclude con l’art.32 dell’enciclica dove sottolinea che il lavoro per tutti è un Bene: La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono che, soprattutto oggi, le scelte economiche non facciano aumentare in modo eccessivo e moralmente inaccettabile le differenze di ricchezza e che si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti. A ben vedere, ciò è esigito anche dalla « ragione economica ». L'aumento sistemico delle ineguaglianze tra gruppi sociali all'interno di un medesimo Paese e tra le popolazioni dei vari Paesi, ossia l'aumento massiccio della povertà in senso relativo, non solamente tende a erodere la coesione sociale, e per questa via mette a rischio la democrazia, ma ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del « capitale sociale », ossia di quell'insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile.

La parola passa al Prof. Zamagni che, nonostante l’ora tarda (le 22:00), riesce a catturare l’attenzione della platea per un’ora ricca con esempi, citazioni, teorie economiche sbriciolate sia per renderle comprensibili a tutti, sia per essere demolite nella loro finta sostanza.
Inizia con i paradossi dell’epoca moderna. Tutti gli studiosi di economia e sociologia concordano su dati evidenti:
• aumento della ricchezza = aumento delle disuguaglianze
• aumento della produzione alimentare = aumento della fame nel mondo
• aumento del reddito medio = aumento dell’infelicità

L’infelicità è misurata statisticamente dalle malattie depressive, dai suicidi aumentati soprattutto tra le popolazioni benestanti. Mentre i poveri sperano, i ricchi disperano, aspetto che rende evidente il disagio di molte civiltà, non dovuto dalla mancanza di cose, ma da un eccesso di beni mal distribuiti.
Il male della nostra società post-industriale inizia da un triplice errato convincimento della separazione di fattori che vanno tra loro connessi:
1. economia – aspetto sociale
2. lavoro – ricchezza
3. mercato – democrazia

1. Economia – aspetto sociale. Se vuoi guadagnare devi essere efficiente, altrimenti sei fuori. Per questi casi la sensibilità moderna, col seme buono della solidarietà, ha pensato al Walfare State (1939). Ecco il primo convincimento: non c’è da preoccuparsi, ci pensa il “sociale”. In realtà non si può tenere separata l’economia dal sociale. E’ offensivo essere mantenuto, è il lavoro che dà dignità. Bisogna celebrare questo matrimonio indissolubile tra economia e sociale, riunire ciò che era stato separato. E’ necessario ricomporre efficienza e solidarietà.
2. Lavoro – ricchezza. Un concetto fondamentale da sempre è che alla base della ricchezza c’è il lavoro (Adam Smith). Oggi questa relazione è stata divisa. Alla base della ricchezza non c’è il lavoro, ma la speculazione. Non importa come guadagni, l’importante è guadagnare. Il concetto di lavoro nell’epoca greco-romana era relegata agli schiavi. Con la regola Benedettina si recupera la vera dignità del lavoro: ora et labora. Da qui nascono le basi della costituzione, nonché il concetto moderno di lavoro come elemento importante per la dignità dell’uomo.
3. Mercato – democrazia. Il mercato è uno dei rari campi autoreferenziali. Ha delle regole, ma le regole le ha scritte lo stesso mercato. Le regole del mercato internazionale non sono state fissate da un parlamento, da un ente o istituzione, le hanno scritte dei banchieri di Basilea nel 1974. Chi non è d’accordo, solitamente paesi in via di sviluppo o del terzo mondo, deve comunque rispettare le regole decise dai mercanti. Bisogna riunire il mercato con la democrazia. La crisi attuale è anche dovuta alla cancellazione di alcune leggi USA (L.Stigal 1980) riscritte dagli economisti.

Ci chiediamo, come si fa? L’enciclica non ha ricette, ma suggerisce tre criteri:
1. Fraternità
2. Giustizia Contributiva
2. Bene Comune

1. La Fraternità supera la solidarietà. Può esserci solidarietà, ma ciò non implica che ci sia fraternità (Cuba, Unione Sovietica). La fraternità include la solidarietà e la supera. Non serve avere di più, servono beni relazionali. Non serve il mero servizio, non vogliamo essere trattati da numeri, vogliamo essere riconosciuti persone. Ma per essere riconosciuti come persone non basta una macchina, serve l’altro, serve una persona. Ecco che nascono modelli di economia nuovi già esistenti e funzionanti, inseriti nelle regole del mercato attuale ma che applicano la fraternità. Faccio riferimento alle più di 1000 Aziende dell’Economia di Comunione, alle Cooperative Sociali... ecc..
2. Giustizia Contributiva. Solitamente la giustizia si suddivide in Commutativa e Distributiva. Giustizia commutativa significa dare il prezzo giusto alle cose, prezzo proporzionato al costo di produzione. Giustizia distributiva significa la redistribuzione in una società ben ordinata tramite tasse. Ma di Giustizia Contributiva non si parla mai; non può essere imposta dalla legge. La giustizia contributiva è sentirsi legato, “obbligato”, al destino degli altri, quindi contribuisco ai beni di uso comune. Mi sento appartenente alla comunità, creo coesione sociale, creo gratuità.
3. Bene Comune. Attenzione a non confondere il bene comune col bene totale, errore fatto da tutti. Esempio lampante per capire la differenza tra i due tipi di bene: Il bene totale è la somma dei beni di ciascuno 1000.000+30+0=1000.030. Il bene comune è il prodotto, basta che ci sia anche un solo addendo pari a 0 che si annulla tutto 1000.000x30x0=0. Non posso dissociare il bene di uno solo da quello degli altri, non posso sacrificare nessuno!

Zamagni nella conclusione si è infervorato su alcuni cambiamenti che ancora non avvengono a livello legislativo e sociale. Ha accennato alla compatibilizzazione tra i tempi di lavoro e i tempi per la famiglia, ha sottolineato che è tecnicamente possibile, purché lo si voglia.
Ha concluso il suo intervento citando Sant’Agostino che descrive la Speranza come mamma di due figli, Rabbia e Coraggio: ci vuole rabbia e coraggio per cambiare le cose.

Anche il Vescovo ci ha congedati suggerendoci un sana indignazione per un mondo che critichiamo a parole, ma che poi accettiamo così com’è.
Antonio

sabato 9 gennaio 2010

Gesù come compagno di viaggio

Con la prima edizioni del FestivArt (Festival di arti e linguaggi della Diocesi di Mantova) ci siamo proiettati in una nuova proposta di oratorio: un ambiente capace di strutturare delle relazioni educative che attrezzi gli adolescenti a vivere in questo mondo così ricco di cose ma povero di valori. Ne parlano da un po' alcune famiglie che vivono delle "fatiche educative" con i propri figli; così pure Vescovi italiani lo hanno denunciato negli ultimi documenti dichiarando che occorre affrontare e risolvere l'attuale "emergenza educativa". E noi ne parleremo nel Convegno Diocesano per operatori pastorali dell'Oratorio, Domenica 21 febbraio, appuntamento molto importante che ci teniamo diventi l'occasione per ragionare sull'oratorio dei prossimi anni.

Lanciamo qualche provocazione per riflettere sull'Educazione. Cito un caro amico Mons. Domenico Sigalini in uno dei suoi ultimi interventi: "Educare vuol dire trasmettere, comunicare e testimoniare, in modo credibile ed efficace, ragioni per vivere in maniera significativa. Educare significa consegnare ciascuno alla libertà delle sue scelte, alla sua vita, alla sua originalità, alla sua storia...per consegnare ciascuno a se stesso".

Ma perché è così difficile "consegnare a ciascuno se stesso"? Tante sono le ragioni, ne vediamo alcune:
1. Disorientamento del mondo adulto. Gli adulti sono disorientati, stentano a distinguere ciò che vale da ciò che non vale. È un senso di spaesamento, nel senso letterale del trovarsi in un "paese sconosciuto", diverso da quello cui si è abituati. Vivono incantati dal luccichio della società dei consumi e al tempo stesso svuotati dal suo carattere effimero, non riescono a dire ai giovani la bellezza della vita e a mostrare quale esistenza meriti di essere vissuta: «alla radice della crisi dell'educazione c'è infatti una crisi di fiducia nella vita». Più che un atto di accusa verso gli adulti è una denuncia dello svuotamento delle coscienze generato dal modo di vivere contemporaneo che fa vittime in primo luogo gli adulti, affaticati, smarriti, ripiegati su se stessi. Se vediamo che tra gli adolescenti o i giovani nessuno vuole più diventare adulto, incontriamo molti adulti che vogliono rimanere giovani o adolescenti.
2. Aumento della domanda educativa. Noi diciamo che c'è urgenza educativa perché i giovani sono di fronte a una eccedenza di opportunità: devono giocare di più la loro libertà, sono messi di fronte abitualmente a un numero di scelte maggiore. Siamo in un mondo più libero e per questo più bisognoso di attrezzarsi per decidere bene. Non siamo in contesti chiusi in cui il giovane, il figlio, l'allievo dipende solo o quasi dalle informazioni, dai modi di pensare, dalle visioni di mondo della famiglia. Ogni persona ha davanti a sé ancor prima di percepirne il valore, innumerevoli possibilità di comportamento, di valutazione, di stimoli, di proposte.
3. Delegittimazione della autorità. Uno dei nodi che la società di oggi presenta all'educazione è non solo la sua complessità, ma anche una sorta di delegittimazione della autorità. Non esiste nessun processo educativo che non abbia bisogno del contributo di una autorevolezza che valuta e orienta le scelte e la loro personalizzazione. In periodi di grandi cambiamenti sicuramente vanno in crisi le istituzioni e vanno quindi ripensate, ma è ingenuo credere che si possa educare se le istituzioni e gli uomini che le rappresentano non vengono riconosciuti come importanti.
4. Il mondo parallelo dei giovani. Il giovane colloca il meglio di sé in spazi paralleli a quelli che istituzionalmente l'adulto gli mette a disposizione per crescere. Le migliori energie il giovane le ha spostate nei luoghi informali: non la scuola, ma la strada; non la parrocchia, ma la compagnia; non la famiglia, ma gli amici; non il catechismo, ma le emozioni delle esperienze; non il giorno, ma la notte; non il reale, ma il virtuale. Agli spazi istituzionali porta il corpo, agli sms, a face book, a messenger invece le sue reazioni e le sue emozioni. Gli adulti lo aspettano al varco con le parole e lui la sua anima la affida alle cuffie, ai ritmi, alla musica. Gli adulti in genere si collocano negli spazi istituzionali e lui decide negli spazi informali.

Cosa fare? Rispondere non è facile, ma saper leggere la realtà con saggezza permette di orientare l'azione educativa. Suggeriamo di meditare il mistero del Natale che abbiamo appena vissuto: Gesù si è in-carnato nella nostra storia. Significa che Dio manifesta tutta la sua vicinanza agli uomini facendosi lui stesso uomo come un compagno nel viaggio della vita. La vicinanza, la compagnia, la condivisione è una iniziativa di Dio che si mette a camminare a fianco degli uomini. E' un modo di educare che ha dato i suoi frutti e che insegna ad affrontare la realtà del mondo senza paura: "Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia: io ho vinto il mondo!" (Gv 16,33).
don Daniele

lunedì 28 dicembre 2009

Santa Famiglia di Nazaret

I suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua.
Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa; passati i giorni della festa, mentre tornavano, il bambino Gesù rimase in Gerusalemme all'insaputa dei genitori; i quali, pensando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata, poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; e, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme cercandolo. Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?». Ed essi non capirono le parole che egli aveva dette loro. Poi discese con loro, andò a Nazaret, e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore.
E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini.
Lc 2,41-52
Osservazioni bibliche
Gesù è raccontato nella sua crescita umana (fisica e psicologica), come un adolescente nel contesto di una famiglia normale all'interno del loro ambiente culturale e religioso. Maria e Giuseppe sono due genitori che devono gestire un adolescente che si prende le sue libertà cominciando ad affermare la sua voglia di indipendenza dalla famiglia. Fa da sfondo il contesto religioso del pellegrinaggio: la tradizione e la religiosità in casa di Giuseppe è la regola
Un ragazzo a tredici anni viveva un rito di passaggio: veniva considerato adulto e capace di stare "in piedi" davanti alla legge, cioè capace di rispondere senza intermediari (i genitori) alle norme prescritte, come un adulto responsabile del proprio agire.
L’annotazione conclusiva del brano evangelico ci dice che “Gesù cresceva in sapienza, età e grazia”. Sembra una conclusione al racconto: visto come si muovono le cose, il ragazzo non può non crescere bene perché questa famiglia, nonostante le difficoltà, le fatiche e le incomprensioni produce “vita”.
Meditazione
Vista la necessità di Dio di nascere e crescere come un bambino non poteva non chiedere la presenza di una famiglia. La Santa Famiglia è profondamente “affidata al progetto di Dio” (= due genitori coinvolti appieno e pienamente affidati). Un progetto personale riconducibile al primo progetto di Dio sull’uomo e la sua felicità perché “Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile” (Gn 2,18). Giuseppe e Maria si dimostrano una famiglia a partire dalla loro disponibilità a Dio per gli eventi che si stanno realizzando, per la loro fedeltà alla legge che li porta a compiere ciò che Dio da sempre chiede e per il mutuo soccorso nell’affrontare la paura e le difficoltà. Emerge chiaramente un "noi" (= complicità reciproca: "tuo padre ed io angosciati ti cercavamo") e questo significa anche che Giuseppe amava Maria e Maria si affidava e fidava completamente di Giuseppe. La normalità di questa famiglia racconta una bellezza: la circolarità d’amore che si concretizza in "cura" per Gesù.
Questo è il mistero di ogni famiglia: nella diversità di due coniugi (maschio e femmina, due famiglie diverse, due formazioni differenti, due sensibilità differenti…ecc) c’è racchiusa una “profezia di amore” che produce vita. La stessa vita che ha fatto crescere " in sapienza età e grazia" noi in una famiglia di origine e ora i nostri figli in quella che abbiamo formato noi. La famiglia è un’opera di Dio che da due diversità ha racchiuso una forza di vita capace di fiorire in maniera unica.

Osservazioni conclusive
A questo punto proviamo a dare alcuni suggerimenti per concretizzare questi discorsi alla nostra realtà.
1. In ogni famiglia c’è bisogno di ALIMENTARE LA COMUNIONE perché sempre più spesso emerge che non è un problema l’amore (ci si vuole bene), ma la fraternità e la convivenza. Buttiamo alcuni colpi di colore su questa realtà: il tempo che passa, le vicende della vita, il bisogno di essere ri-compresi dal proprio partner... logorano la comunione e l’unità.Si potrebbero dire molte cose su questo tema. E’ importante annotare che c’è un problema di comunicazione (e sviluppo solo questa dimensione) e sono spesso solo quelli “fuori” ad accorgersi, perché quelli dentro si sono sclerotizzati in una relazione da anni non più messa in discussione. Parlando si svela la lontananza che si potrebbe generare nel cuore. Trovando il tempo di parlarsi con sincerità si arriva a "ridisegnare" la propria situazione interiore all'altro che non la conosce e non ci capisce.
Occorre, ogni giorno, CUSTODIRE L’AMORE nella PAZIENZA e nel PERDONO. E’ una scelta che ogni componente della famiglia è chiamato a fare nel profondo di se stesso perché coi silenzi o con le parole decido di ALIMENTARE O DISTRUGGERE LA COMUNIONE.
2. La famiglia con la presenza dei figli rivela un RUOLO che spesso viene cancellato dalle esigenze dei singoli per cui il padre non fa il padre che declina il suo ruolo educativo alla moglie, o la madre che si fa complice dei figli o sorella maggiore declinando l'assimetria educativa… Nel progetto di Dio il “noi” è salvaguardato proprio dal RUOLO UNICO E PERSONALISSIMO che ogni componente della famiglia è chiamato a vivere.
• Non è possibile che in una famiglia comandino i figli tiranneggiando con i loro capricci e le loro voglie i genitori. Qui serve tutta l’autorità del padre!
• Per una sana comunicazione non può dare i tempi della relazione la televisione che sempre più detta tempi e argomenti della famiglia. Qui serve la partecipazione di tutti a non mangiare con la TV accesa e a raccontarsi agli altri!
• Un figlio soprattutto nella fase dell’adolescenza non può “rinnegare la sapienza di casa" sbandierando una "nuova sapienza" scovata fuori casa. Per "sapienza" intendiamo il cibo che determina le scelte. Di sapienza ci si nutre e fin da piccoli il cibo lo si mangia in casa. Nel cibo di casa tua c’è il nutrimento base che è l’amore. Se fino a 14 anni il cibo era buono, perché poi non va più bene e tutto il "buono" è fuori da casa mia? Ci saranno delle cose che non funzionano che da adolescente so riconoscere, ma è in casa con due genitori che si amano e che si rispettano che si produce la mia “crescita in sapienza età e grazia”.Qui occorre che i figli si mantengano umili e rispettosi dei genitori.
• Un genitore non può dimenticare il suo ruolo di educatore alla vita. Verso i figli e la vita ogni adulto deve chiedersi: “quando non ci sarò più, i miei figli saranno capaci di stare in piedi di fronte alla vita?”. Questa domanda aiuta ad orientare la crescita educativa che genitori e figli devono affrontare insieme in vista del futuro. Qui serve il senso di distacco e la lungimiranza dei genitori.
3. Per concludere mi piace ricordare una esperienza che rivela la cosa più decisiva e importante che sorregge la famiglia: l’amore tra papà e mamma. Un giorno per aiutare una ragazza di temperamento inquieto di cui lei ignorava la causa, ho chiesto: “tuo padre ti ama? – sì. Tua mamma ti vuol bene? – sì. Ma tuo papà vuol bene a tua mamma? – no”. L’inquietudine e l’insoddisfazione che albergava in quella ragazza nasceva da questa esperienza di famiglia dove l’amore tra papà e mamma era interrotto.
LA TRAVE PORTANTE DELLA CASA è proprio questo amore tra marito e moglie. Qui è svelato tutto il progetto di Dio sul matrimonio. E anche ai figli va fatto comprendere bene con gesti concreti questa “precedenza affettiva”. Ne troverà alimento di vita tutta la famiglia.

Invochiamo la presenza del Signore Gesù, in questo Natale, perché anche le nostre famiglie possano diventare sempre più simili alla Santa Famiglia di Nazaret.
don Daniele

Parole magiche - magia delle parole


La magia ha sempre attratto la nostra fantasia e i nostri desideri…! Poi c’è chi la prende più o meno sul serio. I nostri giovani per fare un esempio leggero, e non solo loro, hanno arricchito la signora Joanne Kathleen Rowling, comprando i suoi libri su Harry Potter. Naturalmente sappiamo che per noi cristiani la magia è una pratica da evitare. Ma è poi sempre vero? Oggi voglio svelare una magia che possiamo fare tutti, e che è di una potenza inaudita: la magia delle parole. In particolare la magia di una semplice parola. E non ci sono controindicazioni o effetti collaterali negativi.

Ricordo a questo proposito una signora che quando acquistava una medicina prescritta dal medico, leggeva il foglio illustrativo allegato, parola per parola, e quando arrivava agli effetti collaterali possibili gettava il farmaco avendo la certezza che a lei avrebbe fatto male. Voglio tranquillizzare anche quella signora, se sta leggendo questo scritto. Qualcuno potrebbe poi preoccuparsi dicendo a se stesso: e se questo potere lo usassi male? Certamente, ogni potere può essere usato in tanti modi, ma sappiamo che quello che conta è l’intenzione. Prendiamo per esempio un semplice coltello da boy scout: può essere usato per tagliare una fetta di pane, o un ramoscello, ma anche per ferire una persona.
Dunque, veniamo a questa parola:
è…………………………………………….SCUSA.

Sono solo cinque lettere, ma perché produca effetto bisogna prima di tutto imparare ad esprimerla! Chi pensa ancora che le parole magiche sono facili a dirsi? Non è sempre così. Ci sono persone che piuttosto che pronunciare la parola SCUSA preferirebbero morire! Mi spezzo ma non mi piego direbbe qualcuno. Non sanno che in questo modo la magia funziona lo stesso ma al contrario, mantenendo in essere situazioni irrisolte, rancori anche arrugginiti, odi e risentimenti. E fino a quando la magica parola non viene pronunciata, queste situazioni rimangono congelate se non peggiorano e creano solo malessere.

Più avanti cercheremo di capire il perché della difficoltà a pronunciare questa parola.

Veniamo ora alla parte positiva della magia. Cosa succede quando la pronuncio? Quando, guardando negli occhi una persona, le dico queste cinque lettere: SCUSA?

In genere il primo effetto magico è paralizzante. Una persona può avere forse tutte le sacrosanti ragioni per arrabbiarsi, per avercela con me, per dirmi parolacce, anche per odiarmi…. ma adesso, dopo avere sentita questa semplice parola di sole cinque lettere… rimane spiazzata, la sua rabbia perde di senso e di forza… lì per lì non sa cosa dire ed il più delle volte balbetta un ok., niente, sta bene, non ti preoccupare… e tutta la pesantezza del risentimento incomincia a sciogliersi come per incanto. Il più tenace potrà anche fare una piccola ramanzina, ma è solo uno sfoghino, un afflato finale, tanto per chiudere in modo per lui onorevole. In questo modo la magia può spegnere incendi che se lasciati divampare potrebbero distruggere e bruciare foreste intere; può evitare danni incalcolabili, qualche volta le guerre; d’altra parte, cosa stupenda, può anche ricostruire pace ed armonia!

Mi viene in mente un esempio che può capitare a tutti, banale per la sua semplicità ma paradigmatico perché il meccanismo che si mette in atto è sempre lo stesso: vado in bicicletta ed uno sprovveduto, senza guardare la strada, mi viene addosso. Da parte mia pochi danni ma una grande rabbia. Mi viene l’impulso di dirgliene di tutti i colori, ma lui mi precede e con voce accattivante mi dice: SCUSA. Mi blocco, lo guardo, e gli rispondo, quasi in automatico: PREGO. Farfuglio qualche altra parola ma il senso è quello. La magia ha funzionato!
Un altro esempio: Mi irrito con una persona che mi ha veramente stressato, non ne posso più e glie ne dico quattro e butto giù il telefono, chiuso! Poi mi viene un pensiero: che ne sarà della nostra relazione? Quando ci incontreremo per strada ci saluteremo? Ma lei avrà le risorse per recuperare in modo positivo la nostra relazione? Mi viene freddo! Allora prendo di nuovo il telefono, la chiamo, e le dico: SCUSA!!! Lei farfuglia delle parole, e io ripeto ancora: SCUSA!!! … mi hai scusato? Risponde a voce bassa. Sssi! Ripeto, mi hai scusato? Risposta stavolta più decisa SIII!!! Grazie, buona notte, e riaggancio. Sono passati anni e l’amicizia dura ancora.

Noi cristiani siamo particolarmente sensibili alle nostre coscienze, e sappiamo quanto le mancanze di perdono possono pesare nelle relazioni; quanto queste ferite, perché di ferite si tratta, possono fare soffrire, e quanto difficili sono i percorsi di guarigione. Talvolta ci si ammala.

Dicevamo di voler capire il perché della difficoltà a pronunciare questa parola.

Quando noi incappiamo in una incomprensione, in genere ci accorgiamo se abbiamo offeso qualcuno.

Forse non ci viene nemmeno in mente che potremmo rimediare subito, oppure non sappiamo come fare. Scatta invece in automatico un atteggiamento auto protettivo, spesso condito di ben mimetizzato orgoglio, che ci blocca, perché il nostro essere ha bisogno di confermare se stesso. Ci si ripete che si ha ragione, e che si è fatto bene. Ed alzando il volume della voce interna copriamo la paura sottostante di chinarci all’altro e di riconoscere di averlo ferito. Si vuole in sostanza evitare a noi stessi la sofferenza dell’umiliazione.

In altre parole abbiamo paura di dire: IO sono stato inadeguato, IO sono stato incapace, IO non sono stato accorto, IO non sono valido. Perché questa auto squalificazione sottintenderebbe che IO come persona, non valgo niente. Ne verrebbe misconosciuta la mia identità che è un valore sacro ed intoccabile. Il negare l’IO verrebbe vissuto a livello profondo della nostra coscienza come una morte, un cessare di esistere come persona.

Ma proprio qui sta l’inganno, o meglio, l’auto inganno. Nessuno ci chiede di negare la nostra identità, ma semplicemente di riconoscere che una nostra specifica azione possa essere stata infelice, un nostro comportamento possa avere causato danno. Non identità dunque, ma semplice comportamento. E questo rende le cose molto più facili. E’ diverso per quel ciclista che mi ha investito dire SCUSA perché mi ero distratto (comportamento), piuttosto che SCUSA, ti sono venuto addosso perché SONO un deficiente (identità). E’ diverso per quella persona che ha offeso la vicina di casa dire: scusi, non volevo, mi sono espressa male (comportamento), piuttosto che scusi, sono una idiota (identità). E così via.

Dunque, per usare questa parola magica dobbiamo capirne prima il significato vero: non si tratta, come dicevamo, di negare la nostra identità ed il rispetto che dobbiamo a noi stessi in quanto persone, ma di riconoscere, e qui sta la grandezza, che a causa di un semplice comportamento abbiamo prodotto effetti indesiderati creando sofferenza a qualcuno.
Al primo comportamento (disfunzionale) possiamo dunque aggiungere un altro comportamento (funzionale), e pronunciare la parola magica: SCUSA.
Attiveremo il questo modo la ………………MAGIA!!! .............. e ristabiliremo la perduta armonia.


PS) la magia è più potente quando la si attiva subito, appena fatto il danno.
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mercoledì 23 dicembre 2009

Regno di Dio

Il Signore è venuto a portare il regno di Dio nel mondo. Non ha mai detto che dobbiamo soffrire e stare male ma ha continuamente aiutato l’uomo a stare bene, nel fisico, nella psiche e nell’anima. Lui stesso quando si avvicinava l’atroce prova ha pregato il Padre di allontanare questo calice, ma nella Sua volontà. Gesù ha sempre promesso pace e gioia, e S. Paolo dirà che dobbiamo essere sempre lieti. Anche la Chiesa, nei suoi vari documenti ha sempre incoraggiato e spinto l’uomo ad agire per il bene comune, nella vita, nel lavoro, nella salute, nell’ecologia, nello spirito.
Dunque, se il Signore ci ha invitati a propagare il regno di Dio nel mondo, questo significa che ci invita e ci manda a fare come ha fatto Lui, i suoi apostoli, i suoi primi discepoli. E noi siamo i suoi discepoli di oggi. Non solo, ma ha anche promesso che Lui stesso opererà attraverso di noi.
Dunque, cosa significa portare il regno di Dio? Fare delle prediche? Pregare e frequentare le funzioni religiose? Si ma non solo, perché ci vogliono le opere. Ed opere significa rendersi strumenti di benessere. Noi pensiamo sempre alle grandi opere che hanno fatto i santi, e ci sentiamo intimiditi e lontani dalle loro capacità. E questo è un inganno, perché ognuno di noi ha i suoi doni, i suoi personali strumenti che Dio gli ha donato. Ogni volta che porto un po’ di pace nelle situazioni della vita, un po’ di serenità, un po’ di positività, un po’ di ottimismo; ogni volta che porto al mondo un piccolo sorriso, che con il mio fare riesco a far stare, non dico bene ma almeno benino una persona, questo è il regno di Dio che viene. Quando agiamo in questo modo, diventiamo missionari di una chiesa che opera anche oggi, e permettiamo al Signore risorto e vivo di agire attraverso di noi come agiva quando camminava per le vie della Palestina. E questo è regno di Dio.
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martedì 22 dicembre 2009

Buon Natale : Aprite le finestre!

Carissimi,
c'e un gesto che viviamo quotidianamente, all'inizio di ogni giornata che mi piace e che ha ispirato queste riflessioni.
E' il gesto di aprire le finestre, al mattino, per lasciar entrare la luce e I'aria fresca e nuova nelle nostre case.
Personalmente lo compio con gioia, quasi con solennità; mi piace dedicare il giusto tempo ad un gesto tanto banale eppure bello, oserei dire quasi "liturgico".
Un nuovo giorno, con gli orari e gli impegni da assolvere, ma anche con le sorprese e gli imprevisti; un nuovo giorno da vivere, con le persone da incontrare, il telefono che squilla, la porta da aprire... un nuovo giorno da accogliere con fede nella convinzione che il Signore e con me.
Tutto questo mi dice il gesto di aprire gli scuretti e le finestre della casa parrocchiale.
Si, perchè nell'aprire le finestre al nuovo giorno trovo che anche la mia anima si spalanchi dl Signore,
Mi viene in mente il discorso di Gesù, quello pronunciato sulla montagna: "Beati i puri di cuore, perche vedranno Dio".
E' proprio vero: solamente un cuore puro può vedere Dio, ma la purezza, la pulizia del cuore e affidata alla nostra liberta.
Mi piace pensare che anche la festa del Natale sia un po' come quel gesto, ripetuto ogni volta, ma sempre necessario, se non vogliamo che la nostra casa rimanga nel buio e nel ristagno di un'aria troppo viziata; perchè il rischio, Natale dopo Natale, e proprio quello di abituarsi, e di non accogliere la novità, la luce, l'aria fresca di una fede sempre nuova che il Signore ci porta con la sua nascita.
"Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Immetterò fiumi nella steppa, renderò fertile il deserto, sorgenti d'acqua sgorgheranno... voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio".
Carissimi, apriamo il cuore al Signore che viene; respiriamo a pieni polmoni la novità del Dio-bambino, avvertiamo la bellezza di essere figli nel Figlio, lasciamo che anche le nostre croci e i nostri dolori vengano presi sulle spalle da Colui che "si è fatto simile a noi in tutto, eccetto il peccato".
Carissimi, c'è bisogno, oggi di un cristianesimo pulito, fresco, senza le pesantezze di tante mediocrità e compromessi. Per fortuna, o meglio per grazia del Signore, ci sono ancora oggi, uomini e donne con I'anima pura che ci invitano ad alzare lo sguardo, ad aprire la finestra del nostro cuore per lasciar entrare Colui che può "fare nuove tutte le cose".
Quanto mi piacerebbe che le nostre comunità parrocchiali fossero rinnovate, in questo Natale, da quel Bambino che andremo ad incontrare e adorare.
Lo chiedo al Signore per me e per voi, Lo chiedo in particolare per i giovani perchè sentano su di se lo sguardo d'amore di Gesù.
Lo chiedo per gli anziani e gli ammalati perchè siano asciugate le lacrime della solitudine e della tribolazione. Lo chiedo per tutti perchè possiamo riprendere il cammino, cantando la bellezza di essere figli di Dio.
La notte di Natale, come una liturgia, apriamo la finestra. Quella del nostro cuore.
Con affetto vi auguro Buon Natale.
don Alfredo

mercoledì 16 dicembre 2009

Natale 09

Fare un buon Natale, per noi cristiani, significa accogliere nei cuori il piccolo Bambino che nasce, offrendogli un ambiente traboccante di pace e di amore.
Il Natale rappresenta anche una occasione speciale ed una straordinaria opportunità per guardare, assieme a Lui, alla nostra vita con sguardo clinico, programmarne una bonifica, se necessaria, e scegliere gli obbiettivi prossimi e futuri per raggiungere una sempre maggiore realizzazione nostra e del progetto che il Signore ha messo dentro di noi.
Dunque questo il mio augurio per tutti : Buon Natale e… buon lavoro.
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venerdì 4 dicembre 2009

FestivArt : un servizio Eucaristico!

Gianni (direttore artistico) e don Daniele (responsabile del settore adolescenti della Pastorale Giovanile di Mantova)"Oggi avete un ruolo importantissimo, siete stati tutti chiamati personalmente, non per un servizio qualsiasi, ma per un servizio Eucaristico."

Ecco come Don Daniele ha accolto noi volontari del FestivArt sabato mattina.
Ma cosa intendeva per 'servizio Eucaristico'?"Eucarestia -ha continuato- significa rendere grazie ". E a chi si deve riconoscenza se non al nostro Signore per tutto quello che ci ha dato e ci continua a donare?A Colui che ci ha creato, che per primo ci ha cercato, per primo ci ha rivolto la Sua Parola, ci ha salvato, a Lui che gratuitamente ci ama e gratuitamente ci interpella aspettando solo un nostro libero 'Si'..?Di qui la bellezza di un servizio che, pur nella difficoltà dell'organizzazione, nella preoccupazione di non riuscire a dare il meglio di se' a tanti giovani, venuti perchè 'affamati' di qualcosa di vero, diventa un modo per donare una piccola parte di noi a Chi ci conosce veramente e ci ama per come siamo. E quale può essere il modo migliore se non il servizio col sorriso, l'accoglienza a cuore aperto e disponibile verso tanti adolescenti e il mettersi in gioco anche nei momenti più difficoltosi con impegno e spirito di collaborazione? Ecco la sana testimonianza per un popolo di giovani che nella loro frenesia aspettano solo degli adulti non da imitare, da clonare, ma che diano loro spunti di crescita per una vita VERA. Tante sono le opportunità per vivere veramente una vita ricca e stimolante nel bene e il FestivArt ha fatto vedere e conoscere quanto anche l'oratorio possa essere e spesso sia un luogo "in", alla moda e soprattutto di formazione e preparazione ad una vita 'fuori' di pienezza e non di stenti e di denigrazione. Il grande impegno, la collaborazione, l'amicizia che ha accompagnato la lunga preparazione a questo particolare evento mette in risalto il bellissimo lavoro svolto dai ragazzi nel proprio oratorio, lavoro che si è manifestato attraverso l'arte della musica, del canto, della danza e del teatro.
E allora la domanda che nasce spontanea è: perchè, ragazzi, non provare a dare sempre più fiducia a questi grandi valori che ci appartengono, perchè non continuiamo a vivere in prima persona la voglia di pienezza, la fantasia e la curiosità che in questa giornata del FestivArt abbiamo toccato con mano e che sono veramente i sintomi più importanti di quella bella 'malattia' che anche il nostro vescovo ha chiamato la giovinezza?
MariaGrazia&Mauro

martedì 24 novembre 2009

Perchè scegliere Teologia.

La scelta universitaria è sicuramente una delle decisioni più impegnative per i giovani: si tratta di una fase delicata di bilanciamento tra aspettative e studi pregressi, attitudini e consigli di familiari, professori e amici più grandi, senza tralasciare un’occhiata attenta e preoccupata all’andamento del mercato del lavoro… Questa la “rete protettiva” del grande “salto nel buio” o, meglio, verso il proprio futuro! Giurisprudenza, Lettere, Ingegneria, Scienze della comunicazione, Medicina…quale sarà la strada “giusta”? E se fosse… Teologia? Impossibile: è una facoltà solo per preti e suore! Sicuri?
Alessia Palmegiani, trentaduenne carina e spigliata, docente di religione nella diocesi di Roma, ci racconta cosa l’ha spinta a diciotto anni da Poggio Bustone, in provincia di Rieti, alla Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Come mai hai scelto di studiare Teologia?
E' difficile spiegare ciò che mi ha indotto ad andare a Roma per studiare Teologia: si è trattato di sensazioni che non ho ben decodificato. Fortunatamente, ho ascoltato il mio cuore che mi diceva che era la cosa giusta…e ho avuto il coraggio di farla!
Sicuramente è una scelta nata da una grande fede e dal desiderio di approfondirla…
Sono stata segretaria della Gioventù Francescana per molti anni, ma dopo la prematura morte di mio padre, io, ragazza impegnata da sempre nella mia piccola chiesa di paese, mi sono sentita tremendamente sola e il dolore interiore è stato lacerante. Vedevo tutto come un'ingiustizia e, anche se non volevo, ero arrabbiata con Dio. Terminato il Liceo, avevo deciso di intraprendere gli studi di Lettere Classiche a Perugia, dove ho trascorso il primo anno fuori casa. In quell'anno l'apatia di vivere mi avvolse, ma soprattutto non trovavo appagamento in ciò che studiavo, perché non dava risposte alle mie domande interiori.
E cos’è successo?
Una sera, mentre pregavo davanti al Santissimo Sacramento, ho capito che dovevo cercare le mie risposte in Lui. E mi sono ricordata che alcuni anni prima un mio caro amico frate minore, P. Andrea, mi aveva parlato degli studi teologici alla Gregoriana, perché gli avevo confidato che mi sarebbe piaciuto studiare "le cose di Dio". Non sapevo bene neppure io di cosa si trattasse: credo di aver fatto un po' l'esperienza di Abramo, lasciando tutto per la mia Terra Promessa!
Qual è stata la reazione a casa?
La notizia mandò mia madre in crisi, ma nel silenzio rispettò il mio desiderio e mi permise di farlo.
E come ti sei inserita, giovane e laica, in un ambiente prevalentemente “ecclesiastico”?
Il primo periodo non è stato semplice: la solitudine era la mia compagna intima e la filosofia "una costrizione" nel mio percorso. Ma, poco a poco, ho iniziato a conoscere i miei compagni di corso e le altre giovani laiche degli anni successivi. Mi sono accorta di non essere la sola in cammino e spesso mi sono trovata ad essere la confidente dei miei amici seminaristi (ora sacerdoti). In quei momenti sentivo che Dio mi confermava in quello che stavo facendo: riuscivo a comprendere che il Signore mi aveva attirato lì per servire la Chiesa nel suo cuore, per aiutare, nella mia piccolezza, a formare uomini e donne di Dio. E forse proprio la mia semplicità e la mia giovane età mi hanno aiutata a ricevere dai Padri Gesuiti dell’Università Gregoriana tanto affetto e stima, ma soprattutto la tenerezza del loro sguardo paterno.
Sono nate delle belle amicizie in quegli anni…
Sì, determinante è stata l'amicizia con suor Erika, che, pur essendo più grande di me di qualche anno, ha sempre condiviso con me tutto. Grazie a lei ho toccato con mano cosa vuol dire San Giovanni quando parla dell'amicizia, del far conoscere agli altri quello che Dio ci comunica.
Che ricordo conservi di quegli anni? Che tesoro porti nel cuore?
Le cose che conservo nel cuore sono tante, ma ricordo in modo profondo la Messa del mattino nella cappella degli studenti al piano terra: le riflessioni dei professori, i canti, la distribuzione dell'Eucaristia e la preghiera sono stati l'alimento dei miei otto anni alla Gregoriana. E' stata questa la sorgente della mia forza e la luce per il mio intelletto. Sentivo che la mano di Dio era sopra il mio capo, benedicendomi.
Da sei anni insegni religione in alcune scuole pubbliche di Roma: come ti hanno accolto i tuoi alunni?
Iniziare ad insegnare è stato importante, perché ho preso coscienza di alcune capacità che non sapevo di avere. La mia giovane età è come una medaglia, ha due risvolti, ma credo che la serietà e la passione abbiano la meglio anche a scuola. Gli alunni restano colpiti dalle tante cose che puoi insegnare, ma vogliono vedere un modello dal quale attingere e soprattutto una persona di fede che parli loro di Dio con amore: sono la Prof di Religione!!!
Quali sono le gioie e le soddisfazioni del tuo lavoro?
Vedere che iniziano a studiare e ad appassionarsi alla tua materia, vederli maturare come persone e crescere come gruppo-classe, osservare che iniziano a rispettarti e a salutarti per i corridoi (non solo gli studenti!), divertirsi insieme durante i campi-scuola e scoprire che ti chiedono amicizia su Facebook: tutto questo indubbiamente gratifica e dà forza per continuare a crederci!
Oltre al matrimonio con il tuo fidanzato, quali sono i tuoi sogni e progetti per il futuro?
Dopo la realizzazione affettiva e una casa, i sogni sono tanti… Vorrei riprendere gli studi di Teologia per conseguire il dottorato e poter così insegnare anche ai più grandi. E poi mi piacerebbe tenere delle riflessioni spirituali nelle parrocchie per far sentire le persone più vicine a Dio.
Per ora ho iniziato una collaborazione con la Diocesi di Tivoli per insegnare Introduzione alla Sacra Scrittura al corso di Teologia per laici, ma il sogno nel cassetto è poter fare lezione tra le campagne del Centro Italia in un bell’agriturismo, immersi nella bellezza del creato.
Bellezza del creato…che è un riflesso della Bellezza di Dio, presente anche nello sguardo di coloro che Lo amano con cuore sincero e “non si vergognano del Vangelo” (cfr Rm 1,16), ma lo annunciano con la semplicità dei piccoli di Dio. Grazie di cuore, Alessia, per la tua bella testimonianza e per il tuo impegno!

Marianna Russo
del giornale Agire

martedì 17 novembre 2009

Gesù al centro!

Qual è il “segreto” della santità?
Mettere Gesù al centro della propria vita!
E i giovani di Roma ci hanno provato con la missione diocesana intitolata, appunto, “Gesù al centro”: per un’intera settimana il cuore della Capitale si è colorato di gioia e di speranza grazie all’entusiasmo dei 400 “missionari” che hanno animato Piazza del Popolo e Piazza Navona con canti, giochi e balli…alla faccia di chi pensa che essere cristiani significhi annoiarsi! Non solo: numerosi sono stati gli ospedali e gli istituti scolastici “visitati” dai giovani testimoni, che, con semplicità e generosità, hanno condiviso l’esperienza del proprio incontro con Dio, incontro che cambia la vita e le dà un senso nuovo, più vero, più bello…fino a spingerti a cantare le Sue meraviglie, senza vergogna, anche per le strade della città!
Il programma della missione diocesana è stato fitto di spettacoli di evangelizzazione, concerti di musica cristiana, conferenze, ospiti d’eccezione come Claudia Koll, Erika Provinzano (finalista del Good News Festival), il Vescovo dell’Aquila S.E. Mons. Giuseppe Molinari, il vaticanista Luigi Accattoli…
Tanti i sacerdoti impegnati ad accogliere, ascoltare e perdonare in nome di Dio presso la Tenda della Riconciliazione; numerosi i giovani, le religiose e consacrate, le coppie di sposi disponibili presso la Tenda dell’Incontro per un colloquio…
L’iniziativa, ormai alla sua sesta edizione, è nata per “percorrere nuove vie di evangelizzazione e creare uno spazio di confronto tra i ragazzi su tematiche di fede”, ha spiegato don Maurizio Mirilli, Direttore del Servizio Diocesano per la Pastorale Giovanile, e notevole è stato l’impegno profuso da tutti i partecipanti. Ma il protagonista è sempre Lui: è Gesù che chiama, parla al cuore, si lascia incontrare! L’amato servo di Dio Giovanni Paolo II ripeteva spesso ai “suoi” giovani: “È Lui che cercate quando sognate la felicità!”. E la chiesa di S. Agnese in Agone a piazza Navona, traboccante fino alle 24 di cuori inginocchiati davanti al Santissimo Sacramento, non lascia adito a dubbi: i giovani sono intelligenti…e hanno “scelto la parte migliore” (Lc 10,42)!

Marianna Russo
del giornale Agire

lunedì 20 luglio 2009

In una valle oscura

Dobbiamo rendere gloria al Signore per le meraviglie che Lui fa in continuazione, quando gli diamo solo un po’ di fiducia e quando crediamo nella potenza della Sua Parola.
Le parole di testimonianza sono di una signora, vedova da non molto, e costretta su una carrozzella a causa di una malattia, che le impedisce di muoversi sulle gambe. La chiameremo Rosa (non useremo il suo vero nome per rispettarne la privacy), Rosa perché è bella e delicata come un fiore.

La sua vita è stata molto segnata dalla sofferenza, ed ora, vedova, si trova a convivere con la comprensibile paura di dover affrontare da sola tutti gli imprevisti della vita.
Ebbene, succede un giorno a Rosa, quello che temeva più di tutto, cioè di cadere e ferirsi ad un ginocchio..che preoccupazione, solitudine, angoscia, paura…
E’ a questo punto che la Parola di Dio si fa strada attraverso un nostro fratello (uno di noi tanti che umilmente diamo la nostra testimonianza di cristiani) citando il salmo 23,4:

“Se dovessi camminare in una valle oscura non temerei alcun male perché Tu sei con me”.

E rivolgendosi a Rosa, le dice: ‘capisco la sua preoccupazione, ma il Signore ci ha fatto una promessa… anche se attraverso una valle oscura…. Capisce signora Rosa? Valle oscura? Più oscura di così! Ma Lui è fedele, lo ha promesso. Non è uno qualsiasi che parla, è Gesù, la Parola, DIO!!! E noi dobbiamo solo dare fiducia a Lui.‘

Ripeto che protagonista di tutto è la Parola che per prima si è donata al fratello testimone, poi alla sorella Rosa. Qui termina la premessa. Passiamo ora la parola a Rosa che così ha dato testimonianza scritta quando è uscita dall’ospedale.

Devo ringraziarla per quello che mi ha detto, ho avuto tanta paura e tremore…
ma ho sempre detto dentro di me...non ho timore perche Tu sei con me ...Tu sei con me
. ..stammi vicino, stammi vicino ho paura
...donna di poca fede.

Li ho ripetuti per due giorni ..e ho cominciato a sentirmi tranquilla dentro.
Tutti all’ospedale si sono mostrati miracolosamente gentili intorno a me, dottori e infermieri.
Senza difficoltà ho trovato poi un infermiere in pensione che mi fa le punture a casa.
Poi si è resa disponibile una donna per la pulizia personale.
Mio cognato e mia sorella si scambiano il turno per i pasti e le amiche continuano a telefonarmi, quelle parole del Signore mi hanno salvata dalla paura e dalla disperazione ,Lui mi è stato davvero vicino

La ringrazio di avermi proprio parlato della vicinanza di DIO che non ci lascia soli.
Ho voluto raccontarglielo perche è una cosa straordinaria per me.
Saluto cordialmente Rosa.

Rosa ha voluto dare la sua testimonianza per lodare e ringraziare il Signore che continua ad essere presente nella vita di quelli che credono in Lui.

giovedì 2 luglio 2009

Lourdes

Perchè sono andata a Lourdes?
E’ una domanda che mi è stata posta tante volte in questi giorni .. e sempre più mi rendo conto di quanto la mia risposta sia semplice, ma fortemente motivata: E’ STATA UNA CHIAMATA.
Sono sincera, non ero partita con il proposito di chiedere una grazia particolare al Signore, di fare nuove amicizie o di intraprendere un’esperienza diversa dalle altre; la mia unica intenzione era quella di ESSERE LA’ indipendentemente da tutti e da tutto.
E pensare che sembrava non ci fossero piu’ posti disponibili…Quale è stata la mia reazione?Ero tranquilla e troppo convinta che in un modo o nell’altro sarei riuscita a partire…ho affidato tutto alla Provvidenza...

Quale è stato il risultato di tanta CONVINZIONE?
La pace, la gioia, la voglia di vivere, il desiderio di donarsi, l’amicizia, la gratuità!
Ma è possibile, qualcuno si chiede, che tanti ragazzi, adulti, malati, pellegrini impieghino giorni di ferie per sostenere un viaggio tanto faticoso al solo scopo di recarsi ad un Santuario quando ne esistono tanti in Italia sicuramente più semplici da raggiungere?
Di fronte a tale provocazione il mio cuore, la mia mente, il mio spirito rispondono:”SI E’ POSSIBILE!!”. Perché è proprio la presenza di Maria e di persone tanto vicine alla sofferenza, che camminano insieme, che ti ricolmano il cuore di una gioia infinita. E la cosa più bella e disarmante è che io, volontaria che ha scelto di prestare servizio, ho scoperto che non sono io ad aiutare, consolare, donare, ma sono gli altri, i più sfortunati, ad arricchirti profondamente.
La gioia nel cuore che ho provato e che continuo a sentire al solo ricordo di un sorriso è il dono più grande!!! Quanti pensieri inutili tanto opprimenti nella vita di ogni giorno che diventano realmente vani di fronte a persone tanto Meravigliose..
E’ davvero pazzesco come questi fratelli più sfortunati di noi, ma tanto ricchi nella fede, riescano a farti sentire importante..E quello che alla fine scopri è che anche la persona che all’inizio non riuscivi ad avvicinare , perché troppo malata, troppo difficile da amare, diventa la più cara, la più essenziale….quella per cui faresti qualunque cosa per ricevere da lei un semplice, ma importantissimo sorriso.
Cosa mi fa’impazzire? E’ che vieni totalmente ANNIENTATO da quel sorriso..è il sorriso della purezza di cuore, della verità…è un sorriso che vale veramente tutto!!

Perché ritornerei a Lourdes?
Perché ho vissuto un’esperienza senza eguali. La gioia, la leggerezza del cuore, la CERTEZZA di non essere mai soli e di poter sempre e comunque donarsi gratuitamente…ricevendo… TROPPO!!!