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sabato 30 gennaio 2010

Il giardino dei fiori

C’è un paese nel lontano Tibet che ha un nome tutto particolare, che tradotto in italiano significa “giardino dei fiori”. Molti sono i turisti che vanno a visitarlo, non per i suoi templi, non per i monumenti, ma per una cosa assai più semplice: per la bellezza dei suoi fiori.
Si racconta che un tempo le cose non stessero così, e che proprio i fiori fossero un problema. Gli abitanti si erano dati molto da fare per costruire il loro paese, avevano tracciato belle strade, le casette erano ben curate, il tempio era tenuto a meraviglia, … ma una cosa non funzionava… i fiori!!! Erano tristi, poveri di vita… i colori erano sbiaditi… e nonostante tutti i loro sforzi… non erano riusciti a migliorare le cose. Avevano anche chiesto dei consigli qua e là, ma non avevano mai trovato delle persone competenti in materia di fiori, o almeno che fossero in grado di risolvere il loro problema.
Fino a quando, un giorno, successe che al tempio era venuto in visita un monaco, vecchio e famoso per la sua sapienza e saggezza. Non sembrava vero!!! E in men che non si dica, tutto il paese si trovò radunato davanti al tempio per chiedere udienza al vecchio, per chiedergli dei fiori e perché non riuscivano a farli crescere belli e rigogliosi come avevano visto da altre parti.
Il vecchio li ascoltò con molta attenzione, poi chiuse gli occhi e si mise a pensare. Dopo un po’ di tempo, che era sembrato una eternità, aprì gli occhi e parlò:
Tutte le cose che ci circondano, sono opera di Dio, che ha trasfuso un esse vita, bellezza ed armonia. E questo noi dobbiamo sapere riconoscere, ed accogliere con rispetto e gratitudine.
Così è per i fiori. Ma per vivere ed esprimere tutta la loro bellezza questi hanno bisogno di alcune cose fondamentali che noi possiamo dare loro.
Uno è l’acqua, deve essere somministrata con cura, non troppa e nemmeno troppo poca: senza l’acqua la pianta prima soffre, poi si secca e muore.
Poi rivolgendosi ai presenti il vecchio chiede: E voi, date regolarmente l’acqua alle vostre piante? Non troppa e non troppo poca? Alcuni risposero di si, altri che la davano solo quando capitava, altri ancora che qualche volta se ne dimenticavano anche. Certo, all’inizio, quando avevano comperato le piante erano stati più attenti, ma poi, col tempo… si erano un po’ dimenticati di questo compito.
Uno – prosegue il vecchio - è il terreno fertile. Il nutrimento deve essere somministrato con cura, non troppo e nemmeno troppo poco. Le piante si nutrono delle sostanze contenute nel terreno… ma queste tendono ad esaurire… e le piante incominciano a soffrire, a diventare tristi, e piano piano ad andare verso la morte.
Poi rivolgendosi ai presenti il vecchio chiede: E voi date regolarmente nutrimento (concime) alle vostre piante? Non troppo e non troppo poco? Alcuni risposero di si, altri che lo davano solo quando capitava, altri ancora che qualche volta se ne dimenticavano anche. Certo, all’inizio, quando avevano comperato le piante erano stati più attenti, ma poi, col tempo… si erano un po’ dimenticati di questo compito.
Uno – prosegue il vecchio - è la luce. Anche la luce è fondamentale e deve essere somministrata con cura, né troppa e nemmeno troppo poca. Senza la luce le funzioni vitali si interrompono, e la pianta, prima soffre, poi, piano piano va incontro alla morte.
Poi rivolgendosi ai presenti il vecchio chiede: E voi date la giusta luce alle vostre piante? Non troppa e non troppo poca? Alcuni risposero di si, altri che la davano solo quando capitava, altri ancora che qualche volta se ne dimenticavano anche. Certo, all’inizio, quando avevano comperato le piante erano stati più attenti, ma poi, col tempo… si erano un po’ dimenticati di questo compito.

A questo punto il vecchio si alzò, e dopo avere fatto un profondo inchino si ritirò.

°°°

Sono passati alcuni anni, ed il vecchio ritornò ancora da quelle parti. Saputa la notizia, in poco tempo tutto il paese si era di nuovo radunato davanti al tempio chiedendo di parlargli.
Quando questi venne li stette ad ascoltare, poi come la prima volta, socchiuse gli occhi in meditazione.
Questa volta volevano prima di tutto ringraziarlo perché i suoi consigli erano stati veramente utili, ed i fiori avevano ripreso il loro splendore. Poi gli chiesero se avesse un altro consiglio da regalare loro.
Il vecchio aprì lentamente gli occhi e disse:
Una cosa importante è l’amore… a questo punto tutti del paese in coro: "deve essere somministrato con cura, non troppo e nemmeno troppo poco!..."
No risponde il vecchio… NO, solo troppo!!!
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sabato 23 gennaio 2010

I cinque ciechi

I cinque ciechi 1

C’è una antica storia indiana molto famosa che è quella dei cinque ciechi. Ne circolano tante versioni, e ne racconterò una:

In un paese dell’India vivevano cinque ciechi che non avevano mai visto un elefante. Finalmente arrivò un circo, ed essi furono veramente felici quando seppero che era possibile “vederne” uno.
Dunque furono accompagnati uno alla volta all’elefante, ed essi allungarono le loro mani per toccarlo, in quel modo come i ciechi sanno fare.
Avanzò il primo, e ne toccò la pancia. Poi tornando indietro pensieroso si diceva: non avrei immaginato: l’elefante è un muro.
Avanzò il secondo, e ne toccò la proboscide. Poi tornando indietro pensieroso si diceva: non avrei mai immaginato: l’elefante è un tubo.
Avanzò il terzo e ne toccò una zampa. Poi tornando indietro pensieroso si diceva: non avrei mai immaginato: l’elefante è un tronco d’albero.
Avanzò il quarto e ne toccò l’orecchio. Poi tornando indietro pensieroso si diceva: non avrei mai immaginato: l’elefante è una pergamena.
Avanzò il quinto e ne toccò la coda. Poi tornando indietro pensieroso si diceva: non avrei mai immaginato: l’elefante è una corda.

La storia finisce così. Ma qualcuno racconta ancora che i cinque ciechi, di ritorno da questa esperienza, incominciarono a litigare tra loro in modo furioso, perché ognuno era convinto di sapere molto bene cos’era un elefante, mentre gli altri, inspiegabilmente, non avevano capito nulla.

Rileggendo questa storia, balza agli occhi con evidenza che ognuno di questi ciechi aveva una sua ragione, e che era giusto difendere la loro verità. L’errore che tuttavia facevano tutti i cinque era un altro: quello di ritenere di avere “visto” tutto l’elefante, e non soltanto quella piccola parte che avevano toccato.

E’ l’errore che anche a noi può capitare di fare quando pensiamo che la nostra esperienza sia quella vera in assoluto ed alla quale gli altri si debbono necessariamente uniformare se vogliono restare nella verità. Da questo presupposto il più delle volte hanno origine discussioni, incomprensioni, liti, prevaricazioni, causando sofferenze di ogni genere.


I cinque ciechi 2

La storia dei cinque ciechi è molto importante da meditare, perché svela uno degli errori più comuni nei quali possiamo incorrere, cioè quello di generalizzare la nostra esperienza particolare e di imporre agli altri come verità il nostro limitato pensiero.
Per approfondire questo concetto, possiamo ascoltare cosa ci dice San Paolo sullo stesso argomento in 1 Corinzi 12 , ove ci svela delle realtà ancora più profonde che riguardano anche la dimensione spirituale dell’uomo:

12Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. 13E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito. 14Ora il corpo non risulta di un membro solo, ma di molte membra. 15Se il piede dicesse: "Poiché io non sono mano, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. 16E se l'orecchio dicesse: "Poiché io non sono occhio, non appartengo al corpo", non per questo non farebbe più parte del corpo. 17Se il corpo fosse tutto occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse tutto udito, dove l'odorato? 18Ora, invece, Dio ha disposto le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto. 19Se poi tutto fosse un membro solo, dove sarebbe il corpo? 20Invece molte sono le membra, ma uno solo è il corpo. 21Non può l'occhio dire alla mano: "Non ho bisogno di te"; né la testa ai piedi: "Non ho bisogno di voi". 22Anzi quelle membra del corpo che sembrano più deboli sono più necessarie; 23e quelle parti del corpo che riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggior rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggior decenza, 24mentre quelle decenti non ne hanno bisogno. Ma Dio ha composto il corpo, conferendo maggior onore a ciò che ne mancava, 25perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. 26Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. 27Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte.


I cinque ciechi 3

La terza parte la lascerei ad ognuno di noi. Possiamo guardare a tante realtà che ci circondano, e considerare come cambierebbe la nostra vita in positivo se accogliessimo quanto ci insegna il Signore. Nelle relazioni in famiglia, nel lavoro, nel sociale, nella vita spirituale. Possiamo considerare come ci potremmo arricchire accogliendo la ricchezza degli altri, piuttosto che escluderla temendola come una minaccia alla nostra integrità. Possiamo riconsiderare la vecchia formuletta di quando eravamo bambini, semplice ma molto significativa, che uno più uno in queste cose non fa due ma tre. Diventerebbe vera e propria terapia verso tante relazioni “malate” l’imparare a guardare all’altro con gli occhi e col cuore aperti all’accoglienza, e dirgli: SI, GRAZIE PER IL TUO CONTRIBUTO.
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lunedì 21 dicembre 2009

Racconto di Natale

E’ con questo racconto di Natale che esprimo i più cari auguri di Buone Feste a tutte le famiglie.Spero di cuore che possiamo assaporare insieme il senso della Luce di Cristo che viene ad illuminare la nostra semplice vita con la sua presenza.
don Daniele

Era la vigilia di Natale. Tutto il monastero respirava un clima di particolare raccoglimento. Fuori nevicava fin dalla mattina. Un silenzio cosmico avvolgeva come cotone tutto il paesaggio. L'abate, nel modo solito, aveva permesso solo a due o tre padri spirituali di poter ricevere telefonate.

Era ormai scuro, quando squillò il telefono nella cella di padre Boguljub (che vuol dire “Caro a Dio”). Il monaco stava alla finestra e guardava come il buio non riusciva a inghiottire i fiocchi di neve. Quando il telefono aveva già suonato un paio di volte, l'anziano monaco si era girato, mormorando come suo solito: “Sia benedetta l'anima che chiama”.

Era Jan con la sua famiglia. “Una santa vigilia, padre Boguljub, da parte di tutti noi! Abbiamo appena finito di fare il presepe. Abbiamo trascorso un bel po' di tempo, tra ieri e oggi, per preparare bene il presepe e rendere festosa la casa...”

La moglie aveva aggiunto: “Padre, ti abbiamo ricordato tanto. Abbiamo ricordato le tue parole, i momenti che abbiamo vissuto insieme... Mentre facevamo il presepe e decoravamo la casa, ci siamo resi conto di come la casa sia abitata dai ricordi, dalle presenze care che hanno lasciato dentro qualcosa di sé”.

“Ma proprio questo è il presepe”, aveva risposto Boguljub. “Nel presepe noi rappresentiamo la vita quotidiana che viene felicemente sconvolta dalla nascita del Figlio di Dio e Salvatore degli uomini. La sua presenza è disseminata in tutta la terra. Perciò cambia tutto: il falegname lavora diversamente da prima, il contadino cura le sue mucche diversamente da prima, le donne si trovano davanti al negozio a parlare diversamente da prima, perché tutta la terra è inabitata da una luce nuova. E noi, tramite la nostra amicizia, partecipiamo a questa luce portandocela l'uno all'altro. Questa luce non si spegne, perché è abitata dai volti, e i volti rimangono. Eh, già... i volti sono la memoria. Anch'io vi auguro una santa vigilia, e che possiate accogliere la luce che entra nella vostra casa!”

“Sei stato proprio tu”, aggiunse Jan, “che l'hai portata, quelle poche volte che sei venuto a trovarci. E la vita in questa casa è vissuta e vista diversamente anche per questo. Sei stato tu, padre Boguljub, a dirci tante volte che la vita spirituale consiste nel vedere le cose nella luce giusta”.

“Sí, Natale è la festa della luce, e noi cristiani siamo gente della luce, gente che cammina in una valle inondata da una grande luce. Ma ci sono delle cose nella nostra valle che non è facile vedere nella luce giusta.., e poi c'è anche la luce del mondo, che abbaglia e illumina la vita con i suoi fuochi d'artificio. Natale è una buona occasione per abituare i nostri occhi alla luce vera, per non essere abbagliati dai luccichii che non contano”.

E mentre ancora parlava, guardava dalla finestra nel buio della sera, che tuttavia faceva intravedere i fiocchi di neve. Gli sembrava che i fiocchi piú vicini alla finestra e quelli piú lontani creassero un movimento di straordinaria profondità, quasi da vertigini.

“Padre Boguljub, è ancora in linea?”

“Sí, sí, un santo Natale. E scaldate il cuore ai vostri figli in questa santa notte. Che la memoria del calore e dell'amore, della luce e della festa si imprima in loro per i tempi freddi e deserti che forse li aspettano prima di giungere alla vecchiaia!”

Mentre tornava di nuovo verso la finestra e si immaginava la mensa che i monaci di san Benedetto preparavano per Natale, con grandi pani, brocche di vino e mele, pensava alla casa di Jan e di Tina. Era una casa semplice e bella. Boguljub si ricordava di come avevano preparato la cena l'ultima volta che li aveva visitati. Era sera anche allora. Lui era arrivato in treno. Jan lo aveva preso con la macchina e, prima di arrivare a casa, gli aveva detto che avrebbero voluto confessarsi con la moglie prima della cena. Sulla porta di casa, il monaco aveva salutato Tina e i due piccoli bambini che lo avevano guardato con stupore, perché la sua barba faceva loro una grande impressione. Entrando nel salotto, Jan aveva spiegato ai bambini che sarebbero dovuti rimanere per un attimo nella loro stanza a giocare. Allo sguardo interrogativo dei bambini, sul perché dovessero ritirarsi quando era arrivato un ospite cosí interessante, aveva aggiunto che mamma e papà dovevano incontrarsi con padre Boguljub e con il Signore.

Ales, che era un poco piú grande, intorno ai 5 anni, aveva chiesto con la sua vocina: “Ma con quale signore?”

Jan aveva risposto con certezza, senza esitazioni: “Con il nostro Signore”. “E come si chiama?” aveva chiesto Ales. “Gesú Cristo”. “Ah”, aveva acconsentito, quasi facendo vedere che la risposta gli bastava.

Ma dopo un attimo aveva aggiunto: “Ma quando è venuto? E dove è ora?” “In mezzo a noi”, aveva risposto a voce bassa padre Boguljub. Il bambino si era impensierito. “Come, in mezzo a noi?”

Il padre, Jan, allora si era chinato verso il figlio: “Hai visto come ci siamo salutati con padre Boguljub? Come parliamo con la mamma di lui? Chi pensi che sia lui per noi due, e anche per voi due?” “Un vecchio amico”, era intervenuto il piccolo Milos. “Sí!”, aveva aggiunto Ales, “gli volete tanto bene”.

“Vedi, Ales, questa amicizia in qualche modo è il nostro Signore. Impara il suo nome: è l'amore che sta qui. Lui stesso ha detto che dove c'è l'amore, lí c'è Lui.

Ales e Milos, secondo voi, la mamma e io ci vogliamo bene?” “Sí, tanto”. “Questo nostro amore ce lo ha dato il Signore e ci ha unito con Lui per sempre.

Vi ricordate quando andate ad aprire le scatole con le foto del nostro matrimonio, che vi piacciono tanto? In quel momento il Signore è entrato tra noi ed è rimasto qui, nella nostra famiglia”. E mostrava con tutte e due le mani lo spazio intorno.

I bambini erano usciti con grande attenzione, silenziosamente, come se fossero attenti a non sfiorarlo, perché non riuscivano a individuare esattamente il posto dove si trovava. Anche allora la luce della presenza di Dio aveva trovato casa in una semplice famiglia che viveva alla sequela del Signore.

Per un attimo è come se Boguljub avesse fermato questo film della memoria, nel quale si era totalmente immerso. Il suo occhio si era posato sul santino di san Benedetto che spuntava dalla Bibbia sul tavolo e aveva mormorato: "Ecco, Signore Gesú Cristo, tanti dicono che il mondo va male, ma dietro le mura, al di là di ciò che si vede e soprattutto al di là di ciò che il mondo ci fa vedere, o meglio, Signore, di ciò che vuole che noi vediamo, quanta bellezza, quanta semplicità!"

Boguljub, davanti alla finestra, rituffò lo sguardo nel buio della notte, e subito riprese il filo dei ricordi…
estratto da: “I racconti di Boguljub: L’AMORE RIMANE” di M.I. Rupnik - ed. Lipa

martedì 17 novembre 2009

La sindrome del Niagara

Ricordo di averla letta da qualche parte.

Secondo me la vita è come un fiume,
e la maggior parte degli uomini si lancia in questo fiume
senza sapere esattamente dove vuole andare a finire.

Così, in breve tempo si lascia prendere dalla corrente:
dagli eventi correnti,
dalle paure correnti,
dalle sfide correnti.

E quando arriva a una biforcazione del fiume,
non riesce a decidere consapevolmente da che parte andare,
o quale è la direzione giusta.

Si limita ad "andare con la corrente".

Entra a far parte della massa di persone che si lasciano guidare dall'ambiente invece che dai valori.…

e mentre naviga faticosamente lungo il fiume
concentrandosi di volta in volta sulla prossima roccia,
contro cui può andare a sbattere,
non vede,
o non può vedere abbastanza lontano davanti a lui,
per evitare la cascata.
Di conseguenza, sente di avere perso il controllo.

E resta in questo stato d'incoscienza
Fino al giorno in cui il fragore dell'acqua lo sveglia
e si rende conto di stare a un paio di metri dalle cascate del Niagara,
in una barca senza remi.

A questo punto esclama: "Accidenti!"

Ma ormai è troppo tardi. Finirà col precipitare.

A volte il crollo è emozionale.
A volte fisico.
A volte finanziario.
A volte è spirituale

E' probabile che ,
qualsiasi sfida incontriate nella vostra vita,
avreste potuto evitarla con una migliore decisione,
presa più a monte.

mercoledì 16 settembre 2009

Il cuore più bello del mondo

C'era una volta un giovane in mezzo a una piazza gremita di persone: diceva di avere il cuore più bello del mondo, o quantomeno della vallata. Tutti quanti gliel'ammiravano: era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Erano tutti concordi nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano, più il giovane s'insuperbiva e si vantava di quel suo cuore meraviglioso.

All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse: "Beh, a dire il vero.. il tuo cuore è molto meno bello del mio."

Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti: della folla, e del ragazzo. Certo, quel cuore batteva forte, ma era ricoperto di cicatrici. C'erano zone dove dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene - così il cuore risultava tutto bitorzoluto. Per giunta, era pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi.

Così tutti quanti osservavano il vecchio, colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse bello.

Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: "Starai scherzando!", disse. "Confronta il tuo cuore col mio: il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime."

"E' vero!", ammise il vecchio. "Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai a cambio col mio. Vedi, ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore: ho staccato un pezzo del mio cuore e gliel'ho dato, e spesso ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro cuore, a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma, certo, ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi - e così ho qualche bitorzolo, a cui sono affezionato, però: ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto: questo ti spiega le voragini. Amare è rischioso, certo, ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che provo anche per queste persone.. e chissà? Forse un giorno ritorneranno, e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi, adesso, che cosa sia significa avere il cuore più bello del mondo?"

Il giovane era rimasto senza parole, e lacrime copiose gli rigavano il volto. Prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi prese un pezzo del suo vecchio cuore rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava, ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo.

Poi il vecchio aggiunse: "Se la nota musicale dicesse: non è la nota che fa la musica...non ci sarebbero le sinfonie. Se la parola dicesse: non è una parola che può fare una pagina...non ci sarebbero i libri. Se la pietra dicesse: non è una pietra che può alzare un muro...non ci sarebbero case. Se la goccia d'acqua dicesse: non è una goccia d'acqua che può fare un fiume non ci sarebbero gli oceani. Se l'uomo dicesse: non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino del mondo non ci sarebbero mai né giustizia, né pace, ne felicità sulla terra degli uomini".

Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai: perché l'amore del vecchio ora scorreva dentro di lui.

La saggezza in un cioccolato caldo

Un gruppo di laureati, affermati nelle loro carriere, discutevano sulle loro vite durante una riunione.
Decisero di fare visita al loro vecchio professore universitario, ora in pensione, che era sempre stato un punto di riferimento per loro. Durante la visita, si lamentarono dello stress che dominava il loro lavoro, vite e relazioni sociali.
Volendo offrire ai suoi ospiti un cioccolato caldo, il professore andò in cucina e ritornò con una grande brocca e un assortimento di tazze. Alcune di porcellana, altre di vetro, di cristallo, alcune semplici, altre costose, altre di squisita fattura. Il professore li invitò a servirsi da soli il cioccolato.
Quando tutti ebbero in mano la tazza con il cioccolato caldo, il professore espose le sue considerazioni.
"Noto che sono state prese tutte le tazze più belle e care, mentre sono state lasciate sul tavolino quelle di poco valore. La causa dei vostri problemi e dello stress è che per voi è normale volere sempre il meglio.
La tazza da cui state bevendo non aggiunge nulla alla qualità del cioccolato caldo. In alcuni casi la tazza è molto bella e alcune nascondono anche quello che bevete. Quello che ognuno di voi voleva in realtà era il cioccolato caldo. Voi non volevate la tazza . . . Ma voi consapevolmente avete scelto le tazze migliori.
E subito, avete cominciato a guardare le tazze degli altri.
Ora amici, vi prego di ascoltarmi . . .
La vita è il cioccolato caldo . . . Il vostro lavoro, il denaro, la posizione nella società sono le tazze. Le tazze sono solo contenitori per accogliere e contenere la vita...la tazza che avete non determina la vita, non cambia la qualità della vita che state vivendo.
Qualche volta, concentrandovi solo sulla tazza, voi non riuscite ad apprezzare il cioccolato caldo che Dio vi ha dato.
Ricordatevi sempre questo . . . Dio prepara il cioccolato caldo, Egli non sceglie la tazza. La gente più felice non ha il meglio di ogni cosa, ma apprezza il meglio di ogni cosa che ha!
Vivere semplicemelte . . .
Amare generosamente . . .
Preoccuparsi profondamente . . .
Parlare gentilmente . . .
Lascia il resto a Dio. E ricordatevi ...la più ricca persona non è quella che ha di più, ma quella che ha bisogno del minimo.
Godetevi il vostro caldo cioccolato!

lunedì 27 luglio 2009

Clinica Paradiso

Spesso il motore della nostra vita si va letteralmente ingolfando e le sue prestazioni diminuiscono fino a quando la macchina si ferma.
Questo è spesso dovuto a scarsa manutenzione, ed ai vari disordini fisici, emotivi e spirituali che agiscono quasi sempre in sordina senza che ce ne accorgiamo. E quando ce ne rendiamo conto spesso sono guai.

Allora che fare? A chi ci possiamo rivolgere per chiedere aiuto? Chi ci potrà dare una mano per superare le tante sabbie mobili che insidiano la nostra vita?

La proposta pubblicitaria che vi faremo oggi è di rivolgervi ad una clinica speciale: alla Clinica Paradiso.

Ne avete sentito parlare? Perché Dio non ha pensato solo al meraviglioso mondo che troveremo nell’altra vita, ma anche a quaggiù. Ed ha una sua clinica. Ed il primario è Lui in persona, anche se si serve spesso della collaborazione dei suoi assistenti


Appena vi presentate a questa clinica, voi che vi sentite esausti ed appesantiti dalle vicissitudini della vita, verrete subito fatti accomodare su un riposante lettino, e vi sarà applicata una mascherina di ossigeno con elemento attivo AMORE, che verrà somministrato in dosi progressive, nel rispetto del vostro stato di bisogno.

Seconda fase sarà poi quella di prepararvi, corpo e spirito, per un recupero veloce. Per questo vi verrà applicato in vena una flebo, con ingrediente attivo dosi progressive di PAROLA DI DIO.
Per quanti hanno paura degli aghi non si devono preoccupare, perché questi sono di nuova generazione ed invisibili.

In genere, dopo qualche somministrazione il paziente risponde bene, recuperando decisamente energia e vitalità.

Il recuperato stato di benessere è sempre accompagnato da una nuova consapevolezza del malessere superato e delle nuove prospettive di vita per il futuro.

I medici terranno d’occhio il sistema immunitario che dovrà recuperare vigore e combattere contro agenti patogeni che non sono ancora del tutto debellati e che, essendo attivi, possono ancora indebolire o uccidere. Sono fra questi agenti tutta la varietà di disordini interiori quali i risentimenti, le mancanze di amore, di pazienza, di benevolenza, di perdono, ecc.

Lo specialista prescriverà poi una energica lavanda generale, per togliere tutte le scorie ed impurità presenti, e questa verrà fatta tramite una buona CONFESSIONE. Si tratta di un intervento molto potente perché raggiunge le aree più profonde del nostro essere.

Particolare attenzione verrà poi dedicata alla alimentazione, ed il cibo prescritto verrà integrato dal PANE DIVINO in dosi giornaliere.

Con questi interventi, ed altri più mirati all’occorrenza, il paziente riprenderà presto vita, recupererà energia nuova e, completamente rinnovato, riprenderà a funzionare in modo sano ed autonomo.
Si avvicina così il momento di essere dimesso e lasciare la clinica.

Prima di lasciarla sarà tuttavia necessario un periodo di riabilitazione, durante il quale il paziente si eserciterà e creerà la nuove abitudini per gestirsi da solo, mettendo in pratica tutto quello che ha imparato. Avrà così gli strumenti per affrontare la vita in modo nuovo, ed operare con abbondanza di frutti, conservando la recuperata PACE nel cuore.

Infine verrà dimesso, ma la riabilitazione dovrà continuare anche a casa, perché è necessario imparare sempre a fare meglio, evitando di ricadere nelle vecchie abitudini e nel passato stato di malattia.

All’uscita dalla clinica non si paga per la degenza e le terapie. Rimane solo il dovere di ringraziare . di cuore il Signore per la sua bontà, nulla di più, perché l’amore di Dio che guarisce è donato gratuitamente.
Si fa presente che la clinica gode di un sistema di areazione speciale, ed in tutti i locali si respira costantemente una sottile e benefica aria di PREGHIERA e di LODE a Dio.
L’umore dei pazienti è sempre positivo, e questi spesso esprimono gioia attraverso canti spirituali e testimonianze di fede.

Ci sono tante cliniche che seguono altre forme di terapia, ma i risultati non sono gli stessi.


°°°°°°

Qualcuno è già stato in questa clinica? Sarebbe interessante raccogliere qualche testimonianza.

venerdì 24 luglio 2009

Chiodi

“C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere.
Suo padre gli diede un sacchetto pieno di chiodi e gli disse di piantarne uno nella staccionata del giardino ogni volta che perdeva la pazienza o litigava con qualcuno.
Pian piano imparò a controllarsi e il numero di chiodi piantati diminuì di giorno in giorno: scoprì che era più facile imparare a controllarsi che piantare chiodi.
Finalmente il giorno in cui il ragazzo non piantò nessun chiodo arrivò. Allora andò dal padre e gli disse che quel giorno non aveva avuto bisogno di piantare alcun chiodo.
Suo padre allora gli disse di levare un chiodo dalla staccionata ogni giorno in cui fosse riuscito a non perdere la pazienza.
I giorni passarono e finalmente il ragazzo poté dire al padre di aver levato tutti i chiodi.
Il padre condusse il figlio davanti alla staccionata e gli disse:
Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella staccionata! Non sarà mai come prima. .”.(Isabelle Gueray)