giovedì 20 gennaio 2011

Cambiare le cose


Spesso ci troviamo di fronte a persone che lamentano malessere o insoddisfazione per alcune situazioni che possono presentarsi nella loro vita in ambito fisico, psicologico o spirituale, ma che non fanno o sembrano fare nulla per cambiare le cose.

Di fatto paiono essere più orientate a “subire la vita” anziché ad essere “costruttori di realtà nuove” che permettano loro di superare lo stallo in cui si trovano e muoversi verso uno stare meglio.

Spesso queste persone prendono anche delle decisioni, ma con soluzioni senza spessore perché, usando la metafora, si limitano ad attenuare i sintomi senza curare le cause della malattia. Terminato l’effetto analgesico o lenitivo ritornano le stesse condizioni di prima.

Ricordo uno studente che stava passando un periodo di crisi che lo portò a non impegnarsi più nello studio come sarebbe stato necessario. Quando prevedeva l’interrogazione risolveva il problema facendo una “assenza strategica”. La crisi durò troppo e lui perse l’anno.

Ricordo una ragazza che si era decisa per un serio cammino spirituale ispirandosi ai valori religiosi. Aveva intrapreso una vita austera che le costava anche qualche sacrificio ma non riusciva tuttavia a rinunciare alle uscite in discoteca con gli amici. Mettiamoci pure la musica, qualche bevanda, i sentimenti… ecc., ed ecco che spesso saltavano all’aria i buoni propositi fatti e lei si ritrovava poi avvilita e con sensi di colpa.

Spesso queste persone sono ripetitive e si ostinano con decisioni e comportamenti che già in passato hanno mostrato di non essere utili per risolvere il problema

Si racconta di un uomo che andava sempre nel campo con il suo asinello. Una volta arrivato e scaricata la merce, lo lasciava libero di tornare da solo alla stalla. Un giorno scoppiò un temporale ed un fulmine divelse un albero che andò a cadere proprio sul sentiero del ritorno. L’asino non riusciva a passare e con il muso dava colpi sempre più forti per spostare la pianta. Fu terribile l’ultimo tentativo: ci aveva messa tutta la sua energia ma ne rimase tramortito.
La storia prosegue perché assieme all’asinello c’era anche una piccola scimmietta che faceva lo stesso percorso. Quando questa vide la strada interrotta si guardò attorno e scoprì che poco distante ed un poco nascosto c’era un altro sentiero. Lo prese e fu subito dall’altra parte.

Ricordo una donna che non sopportava quando il marito rientrava tardi. Ogni volta che ciò succedeva gli piantava il muso per tutta la sera. Era questa la sua tentata soluzione al problema e la ripeteva sempre. Sta di fatto che il marito, successivamente interpellato, raccontò che il muso di sua moglie lo infastidiva al punto che spesso preferiva rincasare tardi proprio per non vedere quelle scene.

Un saggio ebbe a dire che è dello stolto il ripetere le stesse cose aspettandosi risultati diversi.

Quando si vuole raggiungere un obbiettivo bisogna prima conoscerlo. Buon esempio è lo scalatore che vuole raggiungere una cima: per prima cosa prende il binocolo e guarda con attenzione dove vuole arrivare. Poi a ritroso sceglie il percorso da fare, passo per passo, individuandone le eventuali difficoltà ed ostacoli. Poi studia ogni fabbisogno per realizzare l’impresa a partire dalle attrezzature, al vettovagliamento ecc.

La fase successiva sarà quella di prendere la decisione di intraprendere la scalata.
La decisione a fare è essenziale in tutte le nostre azioni e deve essere forte e senza ambiguità. L’ambiguità è come una altalena che porta avanti ed indietro ma alla fine si rimane sempre allo stesso posto.

A questo punto non rimane che mettere in atto i passi necessari. Bisogna in sostanza senza indugio passare all’azione.

Da ricordare che ogni viaggio incomincia col primo passo, e che la meta si raggiunge con un passo alla volta. Ci potrà anche essere qualche scivolone ma poi ci si rialza.

In conclusione per essere “costruttori di realtà” ed uscire dagli stalli che ci paralizzano, dobbiamo sempre trasformare i nostri problemi in obbiettivi da raggiungere. Questi vanno scelti con cura, talvolta senza troppa fretta, e poi è necessario passare all’azione con determinazione, cercando di evitare quelle soluzioni che abbiamo descritto essere “senza spessore” e quelle che abbiamo già sperimentato “non portare i risultati desiderati”.

mercoledì 19 gennaio 2011

La città di Grattanubi

Grattanubi era la città più moderna del mondo.
Così moderna che non aveva più niente da inventare. Per le strade si vedevano solo robot. Non c'erano medici, né maestri, né vigili, né elettricisti...tutti i lavori erano fatti dai robot.
Se uno si ammalava, veniva curato da un robot. Se doveva comperare qualcosa, mandava un robot. I fanciulli avevano un robot per studiare e un altro per giocare.
Gli abitanti non si conoscevano tra loro, perché non uscivano mai di casa. Tutto ciò di cui avevano bisogno lo avevano in casa; o quasi tutto.

C'era una cosa sola che non avevano, e di cui tutti avevano bisogno: la gioia.
L'infermità tipica di quella città era la tristezza. I robotmedici non sapevano come curarla. Erano tutti così triati che non sapevano neanche ridere.
Così era la città di Grattanubi

Un giorno arrivò in città un giovane. Veniva da un piccolo paese chiamato Grattasuolo. Lo avevano mandato in quella città perché imparasse le sue invenzioni e così potesse modernizzare il suo paese. Ma il giovane non trovava nessuno da interrogare. Passò tutto il giorno per le strade, ma incontrava soltanto robot. Non vide nessuna persona. Era ormai stufo di tanti robot e di tante invenzioni. Dov'erano le persone di quella città?

Cominciò a capire che quella città era così moderna che le macchine se ne erano impossessate e le persone erano dominate dalle loro invenzioni.
Camminando per una strada, sentì qualcuno che piangeva.
Finalmente una persona! Andò di corsa verso essa.
Si affacciò a una finestra e vide un bambino che piangeva.
Il giovane cominciò a parlargli, poi entrò dalla finestra e lo fece giocare. Il fanciullo cominciò a sorridere, poi a ridere, e infine a scoppiare in risate che si sentivano in tutto il vicinato.

Quelle risate ebbero un effetto magico.
Tutte le persone che stavano chiuse nelle loro case si affacciarono alle finestre.
Erano anni che i bambini non ridevano. Cominciarono a uscire sulla strada per vedere colui che rideva. In poco tempo la strada si riempì di gente venuta da tutte le parti. E ben presto furono tutti contagiati dalle risate.
In breve, ridevano tutti insieme. Nessuno riusciva a smettere di ridere.
Tutta la città continuò a ridere per tutta la settimana. La malattia della tristezza scomparve completamente.
La città ringraziò il giovane perché aveva portato la gioia.
Molto contento e soddisfatto, il giovane tornò al suo caro paese, perché aveva scoperto che a Grattasuolo avevano sempre conservato la migliore invenzione di tutte: la gioia condivisa.

"La gioia è la più bella creatura uscita dalle mani di Dio, dopo l'amore" (San Giovanni Bosco)

lunedì 17 gennaio 2011

Come vivere la Celebrazione Eucaristica


Viviamo ogni Celebrazione Eucaristica con tutto il cuore, preparandoci bene, con molto impegno, con la consapevolezza che in ogni Messa c’è una grazia particolare che può raggiungerci solo se il nostro cuore è nella giusta predisposizione per accoglierla. Custodiamo la mente dalle tante distrazioni per immergerci totalmente in questo ineffabile mistero dell’amore.

Lasciamo che sia lo Spirito Santo a guidare la nostra preghiera, invochiamolo e permettiamogli di agire facendoci condurre nella contemplazione della profondità del mistero del suo amore. Lasciamo che sia Gesù in noi a pregare, uniamoci al suo sacrificio e riconsegnamo al Padre tutto di noi ripetendo e vivendo la preghiera dell’in manus tuas, che nella messa trova il suo pieno compimento. Questa offerta totale di noi preparata durante tutta la giornata, l’offerta delle gioie e dei dolori, delle fatiche e delle grazie, delle sconfitte e delle vittorie vissute, nella consacrazione della nostra volontà alla volontà del Padre all’inizio della Messa e specialmente nell’offertorio, ci permetteranno d’immergerci nel cuore della Trinità, prendendo il posto del Figlio in qualità di figli, Lui per natura propria, noi per adozione.

Prepariamo il nostro cuore con un serio esame di coscienza unendoci alla preghiera di tutta la Chiesa nel chiedere perdono per ogni sfumatura del non amore, di in corrispondenza a Dio. Ogni piccolo peccato chiude il cuore alla grazia e la vera contrizione lo riapre all’Amore.

Se c’è il gloria uniamoci con tutta la nostra anima alla preghiera di lode del Cielo cantando il gloria con tutto il cuore, sarà il culmine della preghiera di lode iniziata dal mattino e proseguita in tutta la nostra giornata.

Mettiamoci poi in ascolto della Parola e accogliamola nella profondità della nostra anima affinchè possa rinnovarci, trasformarci,santificarci. Lasciamo che ogni Parola che ci viene donata operi in noi. Accogliamola, meditiamola e incarniamola il più perfettamente possibile.

Partecipiamo con tutti noi stessi all’offertorio rinnovando la consacrazione del nostro cuore, della nostra mente, dei nostri desideri. Riconsegniamo al Padre ogni istante della nostra giornata perché sia Lui a santificarla e a santificarci. Presentiamo a Lui ogni lacrima del nostro cuore e dei nostri fratelli, presentiamo a Lui ogni piccola o grande in corrispondenza nostra e di ogni uomo. Poniamo sul sacro altare tutta la Chiesa e tutta l’umanità così che lo Spirito Santo possa santificare insieme al pane e al vino ogni nostra offerta.

Accogliamo la particolare grazia di Comunione con i nostri fratelli, con il mondo intero e con la Trinità. Immergiamoci nel mistero della comunione con grande amore e accogliamo con tutti noi stessi l’abbondanza di grazia che il Signore desidera riversare nei nostri cuori. Se continuiamo a vivere distrattamente la Messa, la sua grazia non viene accolta e non può operare in noi.

Custodiamo la grazia della Comunione perché tutta la nostra giornata possa essere vissuta nella preghiera incessante del cuore, nella più profonda comunione con Dio, con la Chiesa e con il mondo intero. La messa vissuta in profondità ci immerge nella dimensione della preghiera incessante.


venerdì 14 gennaio 2011

Considerazioni sulla convivenza

La famiglia è come un tempio ove l’ingrediente principale è l’amore. Più si ama più questa si rinvigorisce e diventa vitale. Quando invece l’amore diminuisce, come una pianta che non riceve acqua, lentamente inaridisce e muore.
Nella nostra società civile, essa si costituisce attraverso il matrimonio che può essere civile o religioso ed anche con la semplice convivenza: sono tre modalità con caratteristiche diverse.

La convivenza è una relazione di coppia ove i partner pur vivendo insieme e condividendo affettività, interessi ecc. scelgono comunque di conservare parte della loro identità di persone libere.

In questo modello di relazione, fatte le debite eccezioni, è spesso presente il sottinteso del “fino a quando dura” e di conseguenza non ci si sbilancia troppo nel senso che e non si abbandonano del tutto le proprie sicurezze nell’appoggiarsi all’altro.

E’ metaforicamente come uno “stare insieme senza disfare mai del tutto le valige”. Tanto è vero che qualcuno preferisce considerarlo come “periodo di prova”, dando per sottinteso il diritto reciproco di poter fare in qualsiasi momento e senza complicazioni un passo indietro qualora non si realizzassero le proprie aspettative.

Non sorprende se in queste unioni possa persistere una connotazione di ansia dovuta appunto all’insicurezza che il partner non sia conquistato del tutto con conseguente necessità di mantenersi sempre “all’altezza” delle sue aspettative.

Sono situazioni che alimentano quasi sempre, specialmente nella parte più debole, sensi di inadeguatezza se non di colpa.

E come procedono le cose quando uno dei partner si ritiene insoddisfatto e decide di fare il così detto “passo indietro”? E’ da tenere presente che anche nel caso di scelta consensuale c’è quasi sempre “uno che parte per prima ed uno che si volta indietro”.

Per quanto è dato sapere sull’argomento, nella prassi emerge quasi sempre un repertorio piuttosto povero di giustificazioni del tipo “mi dispiace ma le cose non sono come pensavo”. Oppure: “E’ colpa tua”. Si sono registrati anche casi limite del tipo: “Mi dispiace ma non provo più quello che provavo prima”.
E’ da tenere presente che in questa forma di relazione non giuridicamente regolamentata la giustificazione non è elemento essenziale per raggiungere lo scopo di recedere dal patto.

Quando si giunge poi allo scioglimento della convivenza, ci si separa nella osservanza dei patti e ognuno se ne va liberamente per la sua strada senza complicazioni di legge. Solo qualche fastidio in più quando ci sono figli.

Secondo le statistiche la convivenza è un fenomeno “moderno” in fase di espansione e guardato con simpatia specialmente dalle nuove generazioni.

Ne viene apprezzata la facilità della sua costituzione perché basta prendere la decisione di vivere assieme (con – vivenza) nelle forme più varie, la mancanza di obblighi burocratici e civili e la facilità, come detto, di sciogliere il patto.

E’ espressione di un sentire comune ispirato anche ai nuovi modelli di vita provenienti in particolar modo da paesi anglosassoni e proposti con crescente frequenza anche da mass media ed opinion leaders. (E’ noto che i mass media concorrono nel formare le coscienze).

Così descritta la convivenza è percepita da molti come una esperienza positiva e desiderabile, una relazione soft, ove gli impegni forti sono rinviati, e la progettualità è preferibilmente a breve termine. In caso di insuccesso è derubricata come una semplice “storia” che è finita, mentre la vita continua.

A questo punto sorge doverosa la domanda sul dopo: e poi, dopo il ritorno alla libertà, che ne è dei due ex? Si è trattato per loro di una semplice “storia” che è finita o ci sono altri aspetti che meritano di essere approfonditi?

Viviamo in un’epoca in cui si preferisce esaltare gli aspetti luminosi dell’esistenza, mentre il resto, anche solo i grigi vengono garbatamente celati. Che si voglia o no in tutte le cose c’è tuttavia sempre un rovescio della medaglia, o quello che alcuni descrivono come l’altra faccia della luna: ci sono in sostanza le conseguenze in ogni nostro agire.

Per saperne di più in questa direzione occorre sollevare il velo anche sui grigi ed oltre, e rifarci a chi ha vissuto questa esperienza.

Dobbiamo recuperare informazioni quasi sempre celate dalla privacy che gli interessati quasi mai amano raccontare apertamente, ma che poi rovesciano con abbondanza di particolari su curatori d’anime, consulenti familiari, legali, ecc.

Quando dunque queste relazioni si rompono, e qui le esperienze con il matrimonio sono molto simili, c’è sempre chi ha investito di più e quindi… ci rimette di più, e si sente deluso, tradito, usato.
Con un colpo di spugna svaniscono sacrifici, sogni e speranze.
Quando poi l’inversione di rotta è subita e non accettata come spesso accade, questa può trascinare con se sentimenti ostili quali risentimento, rabbia, odio, anche vendetta.

Quello che per definizione doveva essere la culla dell’amore è trasformato in occasione di disprezzo e conflitto.

Dobbiamo sempre tenere presente che l’essere umano è “persona” e non un giocattolo che possiamo far muovere a nostro piacimento. Ha una sua natura con regole inviolabili e significati profondi che si estendono dal corpo alla psiche allo spirito: ogni scelta che facciamo comporta sempre delle conseguenze: c’è un prezzo che può essere una perdita o un guadagno.

Una relazione che finisce, e ciò si registra come dicevamo sia in convivenze sia nei matrimoni, lascia sempre nel nostro cuore una ferita che non si rimargina come vorremmo e che sopravvive come un lutto, che porta con se sensi di colpa e dolore, anche se in varia misura.

Ci si rimprovera di avere fatto una scelta sbagliata, oppure di avere sciupato un’esperienza che forse poteva andare avanti. Si piange il tempo e l’integrità perduta. Di avere tradito noi stessi per avere agito massimi sistemi con troppa superficialità.
Le cose si complicano a dismisura se ci sono figli...

giovedì 13 gennaio 2011

La fedeltà

Fratelli, dovremmo avere il timore che, mentre rimane ancora in vigore la promessa di entrare nel suo riposo, qualcuno di voi ne sia giudicato escluso. Poiché anche noi, come quelli, abbiamo ricevuto il Vangelo: ma a loro la parola udita non giovò affatto, perché non sono rimasti uniti a quelli che avevano ascoltato con fede. Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo, come egli ha detto:
«Così ho giurato nella mia ira:
non entreranno nel mio riposo!».
Questo, benché le sue opere fossero compiute fin dalla fondazione del mondo. Si dice infatti in un passo della Scrittura a proposito del settimo giorno: «E nel settimo giorno Dio si riposò da tutte le sue opere». E ancora in questo passo: «Non entreranno nel mio riposo!».
Affrettiamoci dunque a entrare in quel riposo, perché nessuno cada nello stesso tipo di disobbedienza. (Eb 4,1-5.11)

La promessa di Dio resta valida per sempre: egli è fedele nei secoli. Ma il problema non sta nella sua fedeltà, quanto piuttosto nella nostra obbedienza a lui. Questo, del resto, fu il motivo che portò il popolo di Israele a non godere del premio legato alla promessa che Dio aveva fatto loro.
Dio realizza le sue promesse in tempi che, spesso, non coincidono con i nostri.
La possibilità di gioire del riposo di Dio è legata a quanto ti impegni giorno per giorno a restargli fedele. Le occasioni non ti mancano, puoi fare di ogni evento un'opportunità per dimostrargli la tua fedeltà e il tuo amore, perchè il premio è già preparato per te: questa è l’unica ansia lecita che un cristiano può avere dentro di se.

tratto dal Messalino dell' Editrice Shalom

E San Giuseppe che farebbe?


Ascoltando e osservando le difficoltà che molti genitori hanno nell’educare i propri figli, mi domandavo: “Come si comporterebbero Maria e Giuseppe se fossero qui oggi tra noi?”
In particolar modo chiederei consiglio a San Giuseppe: “Tu che sei stato padre, anche se in un modo particolare e di un bambino speciale, che consiglio senti di darci?”
Ipotizzo la sua risposta.
“Io amavo Maria la mia futura sposa, e quando seppi che stava aspettando un bambino sofrii molto perché non riuscivo a concepire né nella mente e né nel cuore come la mia bella e pura Maria avesse potuto fare cose simili: tradire se stessa e il nostro casto amore!
Infatti, non fu così! Dio provvidenziale autore di tutto ciò, si premunì di mandarmi subito un suo angelo a fare chiarezza nel mio cuore.
Conosciuto il suo progetto di amore, presi con me Maria e poi il bambino che lei partorì.
Da quel momento non li ho più abbandonati. Da quel momento anche il Signore non mi ha più abbandonato. Mi ha sempre mandato un suo angelo a suggerirmi cosa era bene per Gesù, che ho sempre trattato come figlio della mia carne.
Ricordo, in particolare, che appena i Re Magi furono partiti, un angelo del Signore mi apparve di nuovo dicendomi: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode vuole cercare il bambino e ucciderlo ”. Mi alzai nella notte e feci quanto mi disse l’angelo (Mt 2,13). Ciò è stato per me di grande aiuto, per me che ogni giorno mi domandavo come il Signore volesse che io mi prendessi cura di Gesù. Capii la verità di quella parola della Bibbia che dice: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, ed io l’ho proprio sperimentato. Cari amici padri che amate i vostri figli, commosso vi guardo dal cielo! Mi rivedo, padre tra di voi, vedo il mio amore per mio figlio Gesù, la mia ansia, la mia preoccupazione, ma anche la mia disponibilità a fare tutto quanto il Signore mi ispirava per custodirlo per difenderlo dalla cattiveria di Erode, che nella sua gelosia ed invidia voleva ucciderlo.
Oggi vedo in voi, però, anche la fatica di essere padri presenti e vicini, guide sicure per i vostri figli; vedo in voi la tentazione di rimanere seduti nelle vostre paure, nelle vostre debolezze, nei vostri vizi, nelle vostre insicurezze. Non vi vedo reagire con tempestività quando i vostri figli, vengono ingannevolmente avvicinati dai tanti moderni Erode che subdolamente uccidono la loro voglia di vivere, soffocano la loro facoltà di ragionare alla ricerca della verità, sottraggono loro la libertà di scelta e la loro aspirazione all’amore puro.
Vedo in voi l’indifferenza e la pigrizia, camuffata da esigenze sociali di modernità, da irragionevoli giovanilismi, dall’ingenua e illusoria scelta di togliere loro ogni fatica e difficoltà di vita. Talvolta il frutto di queste scelte arriva a diventare assurdo divieto di partecipare a quelle esperienze formative che corrispondono ai loro interessi più profondi, oltreché essere di grande beneficio per la loro persona.
Cari amici padri, cari genitori, vi sono vicino! Cari amici, vi esorto a non venir meno alla vostra indispensabile missione. Per il bene dei vostri figli, per la vostra e la loro gioia, per il progresso dell’umanità siate disponibili ad aprire i loro cuori alla Verità e al Bene, siate sempre pronti a rendere conto della Speranza che è in loro e siate pronti e coraggiosi nello smascherare gli errori e gli inganni del mondo. Cari amici, ascoltate quando il Signore vi chiama a proteggere e custodire dal maligno i vostri figli e “alzatevi!”
San Giuseppe, vostro amico”

martedì 11 gennaio 2011

La Sapienza


Letture:
  • Siracide 24,1-4.8-12;
  • Efesini 1,3-6.15-18;
  • Giovanni 1,1-18;

La prima lettura, tratta dal libro del Siracide, ci presenta un bellissimo discorso fatto dalla sapienza di Dio, che viene presentata come una persona. Ma cosa è la sapienza? E soprattutto cosa significa essere sapienti? La sapienza non è l’erudizione o la cultura, ma la capacità di trovare il giusto modo di vivere, che mette la persona in armonia con la realtà e la fa essere una persona riuscita e felice. La parola “sapienza”, che deriva dal latino, ha la stessa radice della parola “sapore”. La sapienza quindi ha a che fare non con le cose da conoscere, ma con la capacità di assaporare e gustare la vita. Uno scrittore e filosofo americano dell’800, Henry David Thoreau, scrive: “Andai nei boschi per vivere con saggezza (con sapienza), vivere con profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”. (film L’attimo fuggente)
Se vivere sapientemente è gustare la vita, è vivere in armonia con la realtà, trovare il giusto modo di vivere, voi capite che non ci troviamo di fronte ad una delle tante questioni, ma alla questione fondamentale della nostra vita. Cosa significa vivere sapientemente per un giovane che ha ancora tutta la vita davanti? Cosa significa vivere sapientemente per un anziano che tribola quotidianamente nella malattia e nella sofferenza?
Vediamo se e come queste letture ci possono venire in aiuto.
Nella prima lettura la sapienza ci viene presentata come qualcosa che esce dalla bocca di Dio e riempie tutta la terra: “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo e come una nube ho ricoperto la terra….Ho percorso da sola il giro del cielo, ho passeggiato nelle profondità degli abissi…” (Sir 24,3.5). La sapienza è presentata come un ordine, una armonia che Dio ha posto nella realtà, in tutte le cose. Cioè se guardiamo la realtà in profondità, dovremmo scorgere l’azione, la presenza e la sapienza di Dio. Nel sorriso di un bambino come nella sofferenza di un malato, nella gioia di una nascita come nel buio della morte, Dio ha lasciato la sua impronta dentro la realtà e ci chiama a scoprirla, a cercarla. Questo ci dice già alcune cose importanti su come vivere sapientemente: la verità delle cose, le risposte alle domande più profonde non ce le fabbrichiamo noi, ma le dobbiamo cercare… e le possiamo trovare! Come un filo rosso che attraversa tutta la realtà: in ciò che ci accade, nelle persone che incontriamo, nelle situazioni più inattese, Dio ha inscritto il senso della nostra esistenza, il suo progetto sulla nostra vita. Non è una cosa facile da scoprire: occorre uno sguardo buono, richiede un cammino lungo e faticoso. Per questo occorre anche tanta umiltà: proprio quando pensiamo di aver compreso tutto, ci accorgiamo che abbiamo ancora tanta strada da fare. E’ proprio vero: il sapiente è colui che sa di non sapere!
Ma queste letture ci danno un altro suggerimento. Ci danno l’idea che questa sapienza di Dio non solo è dentro le cose ed è da ricercare con tutte le nostre forze; essa stessa ci viene incontro. La sapienza che esce dalla bocca di Dio viene verso di noi. Sempre la prima lettura ci dice che la sapienza ha piantato la tenda e ha posto le sue radici in mezzo ad un popolo glorioso, il popolo di Israele (Sir 24,8.12). Questa sapienza prima è stata donata in modo particolare nelle Scritture, un dono di Dio al suo popolo; e, quando venne la pienezza dei tempi, questa sapienza, questa Parola, questo Verbo si è fatto carne ed è venuta ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14). Gesù è la sapienza di Dio che va incontro e si svela all’uomo, all’uomo che cerca una strada e una luce.
Gesù è la strada per ogni uomo, per ogni giovane che si mette in cammino: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Gesù, crocifisso e risorto, è la sapienza che dona un senso alla nostra sofferenza e la fiducia che l’amore ha vinto la morte.
Allora, a chiunque cerchi la sapienza, noi rispondiamo: la fede in Cristo è la vera sapienza. Già, perché credere non significa solamente obbedire a dei precetti morali, anche se buoni e giusti; credere non significa neppure solo cercare le risposte a delle domande, anche le più profonde; credere è anzitutto lasciare che il Signore si impadronisca della tua vita, come un marinaio che prende il timone di una nave e la conduce al largo, là dove non avresti immaginato. Credere è un’avventura che vale la pena di vivere. Perché? Per assaporare la vita.
don Alessando Franzoni