martedì 8 febbraio 2011

Vi resterà il profumo dei miei tigli

«Ho deciso di piantare un viale di tigli, perché sono anziano. Alla mia età, credo sia necessario fare atti di fiducia nel futuro su questa terra. Sono sotto il mio eremo: non so per quanti anni potrò sentire il profumo strabiliante che emanano in maggio, soprattutto la mattina presto e nelle lunghe serate piene di luce. Quel profumo che sale dalla terra della collina, sarà soprattutto per gli altri che verranno dopo di me. Quando siamo colti dall'anzianità, è importante pensare non soltanto a noi e ravvivare invece il nostro rapporto con quel che ci circonda, esprimere rispetto per la vita che abbiamo vissuto e gratitudine per questa terra così bella. Anche se dovremo lasciarla»
tratto da "Ogni cosa alla sua stagione" di Enzo Bianchi

Passare dall’io a Dio

La nostra debolezza, la nostra povertà, i nostri fallimenti e le nostre cadute non sono l’ostacolo alla potenza di Dio se restiamo a Lui uniti. L’unico ostacolo alla sua opera in noi sono i nostri “no” a Lui, che non sono solo le scelte di peccato ed egoismo, dalle quali sempre traiamo frutti di morte e solitudine, ma anche e soprattutto ciò che sta a monte di queste: il voler essere noi da soli conduttori della nostra vita. Da qui ne scaturisce un atteggiamento di più o meno apparente superbia che ci porta a trascurare la vigilanza, la preghiera del cuore e a sentirci schiacciati dal peso della vita, delle responsabilità, delle difficoltà, delle fatiche… perché vogliamo fare tutto da soli. Pertanto raccogliamo ciò che seminiamo: la solitudine e un profondo non senso del vivere.
Non voglio offrirvi delle parole su questo tema… piuttosto meditiamo “La Parola”, soffermandoci sul testo di Giovanni al capitolo 15.

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri (Gv 15,1-17).

Questo testo va letto e riletto… L’insistenza dell’esoratazione a “rimanere” uniti (menein in greco) ci riporta al capitolo 6 del vangelo di Giovanni in cui si descrive il realismo eucaristico affermando che “chi mangia la carne e beve il sangue” di Cristo, “vero cibo e vera bevanda”, questi “rimane” unito a Lui. Questo unitamente all’accogliere “le sue parole”, ovvero “La Parola”, permette a noi di accogliere Dio nei nostri cuori dandogli una stabile dimora. L’Eucarestia e la Parola di Dio dunque sono il primo passo per un cammino di rigenerazione del nostro “io” profondo. Altro passo concreto e immediato di cambiamento della qualità del nostro vivere è il mettere in pratica “la regola d’oro”: amare il prossimo come noi stessi, amarci reciprocamente, amarci come Lui ci ha amati, pronti a dare la vita gli uni per gli altri. Solo nell’amore riusciamo davvero a colorare ogni nostro momento della giornata, dal gesto più semplice alle grandi imprese, trovando il vero senso del vivere. Solo nell’Amore troviamo la piena realizzazione del nostro essere, perchè siamo stati creati per amare ed essere amati. Ma il problema è proprio il punto di osservazione: non può essere l’io, aspettando di essere amati. Il fine di ogni nostra azione deve essere Dio e nel prossimo abbiamo la concreta possibilità di vedere Gesù presente: in colui che ha bisogno di ascolto, di essere visitato, di essere accolto, di essere sfamato, di essere dissetato, di sentire la vicinanza e l’amore di Dio attraverso di noi.

Chiara Amirante nell’ultimo incontro di conoscenza di sè a Roma, che tanti di voi hanno seguito in StreamingTV, ha approfondito il tema del narcisismo. All’inizio ha sottolineato come un tempo il grande bivio per il mondo giovanile fosse tra “l’essere e l’avere”, mentre oggi prevale tra l’essere e l’apparire. Potremo commentare dicendo che “il lupo cambia il pelo ma non il vizio”! L’avere, il possedere, i beni, non sono male in sè. Nulla lo è di quanto è creato… nè del mondo materiale nè dei bisogni inscritti nell’uomo. Diventa un problema il disordinato uso dei beni e il disordinato modo di soddisfare i nostri bisogni, soprattutto se questa modalità diviene esclusiva, esistenziale. Il bisogno di possere per dimostrare di valere ha caratterizzato e caratterizza molti. Oggi sembra prevalere il bisogno di apparire. Se si va in televisione, se si è affermati, se si è riconoscibili, allora si è qualcuno. Il problema è sempre lo stesso: la superbia che apre il varco all’egoismo e all’egocentrismo! Cambia le forme e le sfumature sotto cui si cela, ma resta il grande impedimento ad essere pienamente felici.

Il primo e più profondo bisogno dell’uomo è quello di amare ed essere amati – ci ha ricordato Chiara – pertanto basta per esempio seguire uno dei suoi esercizi proposti per verificare come sia profondamente vero che cambiando il centro dell’universo fuori dal nostro “io” cambi anche il risultato di ciò che raccogliamo come frutto immediato: “Vuoi essere felice? Preoccupati di far felice chi hai accanto!” questo è il primo grande esercizio da mettere subito in pratica per vivere questo Vangelo che è la risposta al come cambiare da subito. Successivamente incamminiamoci tutti per spogliarci delle maschere che abbiamo indossato e soprattutto per ridare spazio a Dio nella nostra vita!

lunedì 7 febbraio 2011

La paura della Luce

Possiamo perdonare un bambino quando ha paura del buio. La vera tragedia della vita è quando un uomo ha paura della luce. È come un lampo di luce questa intuizione di Platone, il grande pensatore greco. Ed è proprio sulla luce che si gioca il contrasto che egli ci propone. Da un lato la tenebra, grembo oscuro che giustamente il bambino teme e che invece per molti adulti diventa il paesaggio in cui ci si rifugia. C'è, infatti, anche esteriormente, un mondo della notte che si anima appena è calato il sole sulle nostre città. Lo rappresentava già il libro di Giobbe quasi in presa diretta: «Quando non c'è luce si alza l'omicida per assassinare il misero e il povero; nella notte s'aggira il ladro. L'occhio dell'adultero attende il buio e pensa: Nessun occhio mi vedrà! E si cala sul viso una sciarpa. Nelle tenebre si forzano le case. Tutti costoro di giorno se ne stanno nascosti, non vogliono saperne della luce» (Gb 24, 14-16).
Ma c'è un'altra paura della luce che non è né sociologica né psicologica. Ed è il sottrarsi allo sfolgorare della verità perché essa ti costringerebbe a mutare mentalità e vita. Si preferisce chiudere gli occhi, un po' come confessava Kafka nei confronti di Cristo: «Lui è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi!».
Ma lasciamo la parola proprio a Gesù per siglare questa nostra riflessione: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce- Chi fa il male odia la luce e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,19-21).

venerdì 4 febbraio 2011

Matrimonio e formazione

Quando si leggono le statistiche sui matrimoni che si sciolgono c’è veramente da restare sconcertati. Come è possibile, ci si chiede, che persone che si sono amate al punto da decidere di unire i loro destini per tutta la vita, che forse hanno messo al mondo dei figli, decidano di fare un passo indietro dimenticando le promesse e speranze di un tempo, sostituendo all’amore passato solo freddezza se non rancore?

Quando queste cose succedono, certamente ci sono i motivi, ma rimane sempre l’interrogativo: perché arrivare a tanto? Non si potevano trovare altre soluzioni?

Più ci si ragiona, più prende corpo l’impressione che la coppia quando si trova ad affrontare delle difficoltà, del resto inevitabili, si scopre troppo spesso impreparata a superarle, e pertanto, come un fisico che manca di anticorpi, è destinata a soccombere.

In medicina si lavora molto sugli anticorpi, ma ci si impegna altrettanto nell’offrire risorse per la sopravvivenza alle famiglie? A chi è deputato questo compito? Quale la prevenzione e quale la terapia?

Certamente ci sono a disposizione specialisti con grande professionalità, ma ai più manca la cultura di consultare questi operatori professionali, specialmente nella prima fase di formazione preventiva al matrimonio. Quando poi ci sono i cocci anche la terapia diventa difficile.

Si ha l’impressione che molte coppie si uniscono con una certa superficialità, guardando più al presente che la futuro, più alle emozioni che alla ragione. Non si interrogano su come potrà essere la loro vita quando l’innamoramento fisiologicamente si attenuerà, e non prevedono quali risorse mettere in campo all’insorgere di possibili incomprensioni o insidie alle loro unioni.

Ci sono persone che perdono letteralmente ogni orientamento di fronte a semplici difficoltà relazionali con il partner. Quando poi appaiono all’orizzonte fatti più gravi come per esempio le sempre più frequenti temute o reali infedeltà, le cose tendono a precipitare, offuscando e stravolgendo facilmente principi o valori come quelli di matrimonio, di famiglia, e di genitorialità.
Come una pianta che non ha radici profonde viene divelta dal primo colpo di vento, così il sistema “coppia” salta perché non trova strumenti efficaci per venirne fuori e riconquistare vitalità e l’armonia perduta.

A questo punto sopravvengono delusione, scoraggiamento e senso di vuoto perché ci si rifiuta di accettare una realtà che si discosta dagli ideali sognati.

Unica soluzione che possa avere senso rimane il fare il fatidico passo indietro per scrollarsi di dosso tutta questa dolorosa situazione e riacquistare la “libertà”.

Mosse strategiche che implichino pazienza, mitezza e sopportazione, anche se solo per breve tempo, non sono molto apprezzate perché considerate “perdenti” nel nostro mondo secolarizzato. D’altra parte anche la distanza o tiepidezza rispetto ai valori cristiani hanno un loro peso.

Si perviene a tale soluzione, come detto, per la povertà di strumenti o risorse a disposizione per affrontare sia in fase preventiva la formazione della coppia, sia le difficoltà successive.

Così il matrimonio si “butta via” come cosa di scarso valore.

Ogni imprenditore che ha una azienda per quanto piccola fa i suoi bilanci di previsione individuando prima di tutto gli obbiettivi che vuole raggiungere. Poi guarda al mercato e si chiede quali potranno essere le condizioni che dovrà affrontare, sia favorevoli che sfavorevoli. Indi studia le strategie da mettere in campo per affrontare le difficoltà qualora si presentassero. Quando vede che l’obbiettivo è raggiungibile, solo allora parte con l’attività, fermo restando che ad intervalli regolari continuerà a tenere d’occhio il percorso fatto ed i risultati ottenuti, se si è mantenuto sulla linea delle previsioni o se si è discostato dalla stessa. In questo secondo caso interverrà per apportare i correttivi necessari alla gestione.

E’ emblematico osservare quante energie mettiamo nel fare sopravvivere le nostre aziende, specialmente nei periodi di crisi, e nello stesso tempo con quanta disinvoltura costituiamo e lasciamo poi fallire l’azienda della nostra vita.

mercoledì 2 febbraio 2011

La perla

Disse un’ostrica a una vicina: “Ho veramente un gran dolore dentro di me. E’ qualcosa di pesante e di tondo, e sono stremata”.
Rispose l’altra con borioso compiacimento: “Sia lode ai cieli e al mare, io non ho dolori dentro di me. Sto bene e sono sana sia dentro che fuori”.
Passava in quel momento un granchio e udì le due ostriche, e disse a quella che stava bene ed era sana dentro e fuori: “Si, tu stai bene e sei sana; ma il dolore che la tua vicina porta dentro di sé è una perla di straordinaria bellezza”.
E’ la grazia più grande, quella dell’ostrica.
Quando le entra dentro un granello di sabbia, una pietruzza che la ferisce, non si mette a piangere, non strepita, non si dispera.
Giorno dopo giorno trasforma il suo dolore in una perla: il capolavoro della natura.

martedì 1 febbraio 2011

Il pesce nella rete…

Parlavo con un amico tempo fa che mi ha detto: “Hai sentito che bell’intervento televisivo ha fatto quella persona?” riferendosi alle sue affermazioni da atea convinta con grandi competenze in ambito scientifico che sembravano voler spiegar tutto e negare l’esistenza del mondo spirituale e dell’al di là asserendo che ciò che oggi non è spiegabile in realtà prima o poi lo sarà, è solo questione di tempo.

Sono rimasto un attimo in silenzio. Ho semplicemente aggiunto: “Speriamo bene…”. Lì per lì il mio amico si è messo a ridere… Dopo essersi fatto serio guardandomi dritto negli occhi, con un senso di curiosità e preoccupazione si è fatto serio e mi ha chiesto perché dicessi così. Cosa volessi dire…
Allora ho precisato: “Dico, speriamo bene, perché se non avesse ragione è un bel guaio!”

In un attimo la mia mente ha oltre passato le nubi e il tempo. Ho immaginato la scena di quella persona un giorno davanti all’evidenza dell’esistenza di Dio. Lo stupore da cui sarebbe colta. Il rimpianto d’aver speso una vita in futilità. L’umiliazione estrema davanti alla coscienza personale che si trova sbugiardata dall’evidenza dinnanzi a Dio. I rischi e le conseguenze estreme possibili…

Mi è tornata alla memoria la famosa scommessa di Pascal, filosofo e scienziato, inventore della calcolatrice, per cui molto concreto e ligio alla corretta ratio, seppur ben coniugata con la fede. Nella sua opera “I Pensieri”, scrive un semplice ragionamento concludendo che conviene credere a Dio perché:
1) se Dio esiste, si ottiene la salvezza;
2) se ci sbagliamo, si è vissuto un’esistenza lieta e positiva, ispirata alla luce del Vangelo, piena di speranza rispetto alla consapevolezza di finire in polvere senza nessun altro futuro.

Le conseguenze potrebbero essere viste anche in negativo… Inoltre Pascal afferma la superiorità della fede in virtù del fatto che essa è in grado di portarci all’eternità, che è infinitamente superiore ai piaceri effimeri, materiali e finiti di cui è possibile godere sulla terra, e che dunque, concludendosi in dispiacere, non sono considerabili come veri piaceri.

Il ragionamento noto come “scommessa” è molto più complesso e potete approfondirlo leggendolo direttamente nella sua opera, vi lascio un link interessante da questo punto di vista. Io ne ho preso solo spunto.

E’ incredibile quanto la mente possa in un istante, in una frazione di secondo fare miliardi di operazioni e ragionamenti. Ebbene. Primadi quel sospiro e di quella mia frase, ripensai proprio a tutto questo.

Nel dire “Speriamo bene…”, precisando in seguito “Dico, speriamo bene, perché se non avesse ragione è un bel guaio!” intendevo semplicemente affermare che quando sento persone così convinte che dopo la morte non ci sia nulla spero quasi per loro che abbiano ragione, perché se così fosse al massimo per me, che credo nel Vangelo e nella resurrezione della carne, non può andar male, in fondo avrò comunque vissuto una vita pensando ad una meta e cercando di viverla al meglio secondo coscienza. Ma se per caso la ragione stesse proprio dalla parte della Chiesa, allora è un dramma infinito, direi “eterno”. Perché l’inferno è una realtà e se si verifica è terrificante! Ne facciamo esperienza anche qui sulla terra, quando diciamo “questa vita è un inferno!”, beh… pensate che una condizione tale diventi eterna e qualitativamente più drammatica… Soffro solo all’idea di chi ci è potuto finire e di chi potrebbe finirci, non escludendo me per primo se non corrispondo alla grazia di Dio e non confido nella Sua Smisurata Misericordia!

La posta in gioco nella nostra vita è questa davvero! Svegliamoci!

Nel mio interloquire ho aggiunto come esempio quello di un pesce che si trova nel mare e nuota inconsapevole di essere stato preso nella rete dei pescatori perchè questa è ampia e spaziosa. Finchè il pesce resta là in acqua guizza e non immagina minimamente a cosa stia andando incontro, al massimo se arriverà all’estremità della rete potrà sentire che il suo spazio d’azione è limitato, ma appena la rete si alza repentinamente si troverà a dimenarsi senza più via d’uscita! Il pesce che è già finito nella rete del pescatore, finché è ancora nell’acqua non sospetta di essere stato catturato, quando però la rete esce dal mare, si dibatte perché sente vicina la sua fine; ma ormai è troppo tardi.

Questa è la nostra situazione da peccatori… Finché siamo in questo mondo ce la spassiamo allegramente non sospettando nemmeno di essere nella rete diabolica. In molti rischiamo di accorgerci quando ormai non potremo più rimediarvi… appe­na entrati nell’eternità! E’ il dramma del vivere lo stato di morte dell’anima, l’assenza di Dio nel cuore, che si chiamano “inferi”. Spesso Chiara Amirante ci ripete che gli inferi sono uno stato dell’anima che, con la morte, si tramutano in inferno, per sempre e senza rimedio. Così come il vivere il bene già sulla terra è vivere un pezzetto di Cielo che con la morte può divenire purgatorio se c’è ancora da purificarsi o Paradiso direttamente.

Chiaro che la Chiesa afferma che chi davvero è stato impedito al dono della fede dalla storia o dalla vita può salvarsi seguendo la legge di coscienza, che è come percorrere una strada secondaria per raggiungere una città, ma resta il fatto che chi non si trova in questa condizione e ha scelto di esserci scartando sia la strada secondaria sia l’autostrada del Vangelo, la rete prima o poi si solleverà.

Anche a riguardo di Medugorje, che reputo un ultimo grido dal Cielo per riprendere la strada verso Dio, a quanti dicono che è tutto falso rispondo semplicemente: prima di parlare andate là e mettetevi in discussione, dopo decidete. Ma attenzione, come spesso Saverio Gaeta dice: se è falso si tratta di una delle burle più grandi della storia essendo più di tre milioni all’anno le persone da tutto il mondo ad andarvi e crederci, ma se fosse vero la situazione è grave perché si tratterebbe di non aver prestato ascolto niente di meno che alla Madre di Dio che da 30 anni viene sulla terra per parlarci e noi incuranti continuiamo turandoci gli orecchi e chiudendo gli occhi.

Voglio concludere alzando il livello. Le mie sono semplici considerazioni e condivisioni di un fratello in cammino come tutti voi… Meditate invece e gustatevi queste parole di una acutezza e profondità meravigliosa. Sono del Beato John Henry Newman (1801-1890), sacerdote, fondatore di una comunità religiosa, teologo.

Per entrare nel regno dei cieli, bisogna fare la volontà del Padre mio (PPS, vol. IV, n° 22)
Anno dopo anno, il tempo trascorre in silenzio ; la venuta di Cristo si fa sempre più vicina. Se soltanto potessimo avvicinarci a lui, come egli si avvicina alla terra ! O fratelli miei, pregatelo affinché vi dia il coraggio di cercarlo in tutta sincerità. Pregatelo perché vi renda ardenti… Pregatelo affinché vi dia ciò che la Scrittura chiama « un cuore buono e onesto », o « un cuore perfetto » (Lc 8, 15), e, senza aspettare, cominciate subito ad obbedirgli con il cuore disposto al meglio. L’obbedienza foss’anche minima vale più del non obbedire…
Dovete cercare il suo volto (Sal 27, 8) ; l’obbedienza è l’unico modo di cercarlo. Tutti i nostri doveri sono obbedienza… Fare ciò che egli domanda, questo è obbedirgli. E obbedirgli è avvicinarsi a lui. Ogni atto di obbedienza ci avvicina a lui che, malgrado le apparenze, non è lontano bensì vicinissimo dietro la realtà materiale nella quale viviamo; la terra e il cielo sono soltanto un velo fra lui e noi ; verrà il giorno in cui egli strapperà questo velo e si mostrerà a noi. E allora a seconda del modo in cui l’abbiamo aspettato, ci ricompenserà. Se l’abbiamo dimenticato, non ci riconoscerà ; invece, « beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli » (Lc 12, 37). Tale sia la sorte di ognuno di noi ! È difficile giungere a questo, ma non giungervi è affliggente. La vita è breve, la morte è certa, e il mondo che viene è eterno.

Lettera aperta da Caserta di suor Rita Giaretta

Da anni, insieme a tre mie consorelle (suore Orsoline del S. Cuore di Maria), sono impegnata in un territorio a dire di molti “senza speranza”. Un territorio, quello casertano, sempre più in ginocchio per il suo grave degrado ambientale, sociale e culturale, dove anche la piaga dello sfruttamento sessuale, perpetrato a danno di tante giovani donne migranti, è assai presente con i suoi segni di violenza e di vera schiavitù.
Come donna, come consacrata, provocata dal Vangelo di Gesù che parla di liberazione e di speranza, insieme alle mie consorelle, ho scelto di “farmi presenza amica” accanto a queste giovani donne straniere, spesso minorenni, per offrire loro il vino della speranza, il pane della vita e il profumo della dignità.
Oggi, osservando il volto di Susan chinarsi e illuminarsi in quello del suo piccolo Francis, scelto e accolto con amore, ripensando alla sua storia – una tra le tante storie accolte, la quale ancora bambina (16 anni) si è trovata sulle nostre strade come merce da comprare, da violare e da usare da parte di tanti uomini italiani – sono stata assalita da un sentimento di profonda vergogna, ma anche di rabbia.
Ho sentito il bisogno, come donna, come consacrata e come cittadina italiana, di chiedere perdono a Susan per l’indecoroso spettacolo a cui tutti, in questi giorni, stiamo assistendo. E non solo a Susan, ma anche alle tante donne che hanno trovato aiuto e liberazione e alle tante, troppe donne, ancora schiave sulle nostre strade. Ma anche ai numerosi volontari e ai tanti giovani che insieme a noi religiose credono nel valore della persona, in particolare della donna, riconosciuta e rispettata nella sua dignità e libertà.
Sono sconcertata nell’assistere come da “ville” del potere alcuni rappresentanti del governo, eletti per cercare e fare unicamente il bene per il nostro Paese, soprattutto in un momento di così grave crisi, offendano, umilino e deturpino l’immagine della donna. Inquieta vedere esercitare un potere in maniera così sfacciata e arrogante che riduce la donna a merce e dove fiumi di denaro e di promesse intrecciano corpi trasformati in oggetti di godimento.
Di fronte a tale e tanto spettacolo l’indignazione è grande!
Come non andare con la mente all’immagine di un altro “palazzo” del potere, dove circa duemila anni fa al potente di turno, incarnato nel re Erode, il Battista gridò con tutta la sua voce: «Non ti è lecito, non ti è lecito!».

tratto dalla lettera di Sr. Rita e sorelle comunità Rut